Autunno 2009: un tema in 1200 parole

La fatica di essere madri. E di non esserlo.  

 

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Quest’anno mi sono trovata per la prima volta così tanto a confronto con le donne, sia per il lavoro che abbiamo fatto insieme e stiamo facendo adesso, sia per la maternità … Io oggi sono venuta perché volevo chiedervi di aiutarmi. So che avete fatto un percorso sul nascere e far nascere, e mi piacerebbe riproporlo con queste nuove mamme; si sente il bisogno di una riflessione. … Io non so neppure cosa vuole dire essere donna, cos’è il femminile … io in realtà ho molti dubbi, proprio di partenza, nel senso che sono cresciuta con l’idea che l’uomo e la donna fossero uguali, se non per una questione puramente fisiologica … La maternità mi ha cambiata molto perché mi sono resa conto che non è vero.

Noi che cosa abbiamo avuto a suo tempo da metaforiche madri? Da chi abbiamo ricevuto qualcosa? In che modo ci siamo date da fare per ottenere? Non me lo ricordo più, avrei difficoltà a dirlo. Mi ricordo i nostri commenti sul fatto che spesso acquisivamo dei concetti senza ricordaci da dove venivano, che avevamo un tipico atteggiamento filiare per cui dalla madre prendi senza dare niente.

C’erano madri simboliche, ma c’era anche un movimento di sorelle. Io non ero da sola che mi leggevo i miei libri, io li leggevo insieme ad altre donne, e quindi era un po’ diversa la faccenda dell’avere una discendenza.

Mi risulta difficile dire chi era a dare e chi a ricevere, nel senso che con tutte le difficoltà, con tutte le resistenze non è che in quel momento io pensassi di ricevere o pensassi di dare, in realtà mi "relazionavo", poi mi scontravo, diventavo complice di, mi innamoravo di, litigavo, però non avevo questa sensazione né di dare né di ricevere, stavo dentro … E oggi sono nella stessa situazione, sto laddove sento uno scambio.

... Comunque l’elemento più importante era la legittimazione di vedersi tra donne. Questa legittimazione è stato il passaggio fondamentale … cosa che oggi non so se esista …

Delle madri, delle sorelle. E oggi noi cosa siamo?

In fondo ieri ciascuna avrà avuto delle sue motivazioni che lì trovavano risposta, però in realtà noi non ci eravamo messe insieme per un bisogno che ci accomunasse, ci siamo messe insieme per una scelta politica di vederci come donne. Poi le tematiche sono venute dopo.

... Di cosa stiamo parlando? Perché mi sembra che ci siano due discorsi che girano, uno sulla trasmissione dell’esperienza, e l’altro sul nascere e far nascere, cioè su cosa vorrebbe dire oggi ripensare quella tematica. Ne scegliamo uno? Parliamo di questi due?

Non si può farlo insieme? Il nascere e far nascere è tutt’ora cosa cruciale, come il morire; il discorso della trasmissione delle esperienze mi pare che sia come di sfondo … Volevo dire che c’è l’aspetto del fare, poi c’è l’aspetto dell’innovare, nel senso che c’è un momento in cui ciascuna di noi ha una forma di creatività che nasce da un’esperienza, ma che è una cosa assolutamente nuova. Allora si può parlare del nascere o far nascere, e come metodo usare questo.

... Oggi penso: cosa potrebbe essere, oggi, nascere, far nascere? In primo luogo penso alle differenze tra le donne che fanno nascere figli, e quelle che non li fanno nascere, e mi dico che questa è la differenza più grande che esiste tra le donne. Io figli non ne ho fatto, e per me questa è una mancanza, un meno, prima ancora che una differenza, e credo che questo sia considerato un meno anche dalla stragrande maggioranza delle donne che i figli li hanno fatti. Credo che oggi parlare del far nascere voglia dire anche parlare di questa differenza e parlare di quello che è lo strapotere materno, materno proprio quello lì di chi i figli li ha fatti, a livello fantasmatico, simbolico e non solo. E questo è un aspetto. Un altro aspetto è quello di quanto condiziona il rapporto col maschile il fatto di essere viste, fantasmaticamente, come quelle che hanno questa cosa così diversa dagli uomini che è quella di poter dare e non dare, cioè togliere, la vita. Allora per me va benissimo affrontare oggi questo tema, ma mi interessa in questi termini. Io credo che a livello fantasmatico noi siamo viste dal maschile come quelle che possono “dare”, allora se tu sei vista come quella che può dare, sei vista anche come quella che può togliere, e questo significa tanto nel rapporto con gli uomini reali.

Il perché una non fa figli o non li ha fatti è una cosa complessa che ha relazioni varie con la propria storia. Ad esempio anche a me è difficile non pensarla come una perdita, è evidente che c'è una perdita. Oltre al fatto fisico della gravidanza, una cosa che non ho vissuto e sicuramente ho perduto è anche il rapporto con un essere che ti cresce sotto gli occhi. Siccome questa cosa è nella percezione collettiva dell'universo che è fondamentale, ti dici: “Io ho mancato questo appuntamento basilare!”, ma mano a mano che passa il tempo dico: “Va beh, quante vite, quanti miliardi di miliardi di vite possibili ci sono nell'universo … e quanti miliardi di miliardi di miliardi di cose diverse, che infinite persone hanno vissuto e che io non ho vissuto, e non vivrò mai, che ho potuto soltanto percepire leggendo dei libri, sentendo della musica. Ognuno di noi vive degli spicchi di esperienza, di esistenza del mondo. Però questo spicchio della maternità è universalmente a te addebitato. Mentre prima si parlava della fatica delle madri di tenere insieme il tutto, io pensavo anche alla fatica delle non madri nel vivere una vita rivendicando una propria interezza nonostante questo handicap terrificante che un tempo dava luogo anche al ripudio.

Se uno mi chiedesse quale è la cosa più bella della tua vita, io dico: aver messo al mondo due figli. Ma vorrei spiegarmi su questo. Aver messo al mondo due figli per me è stato - purtroppo, dico - l'unico momento in cui sono riuscita a mettere insieme la mia testa e il mio corpo, e questo per me è un limite, perché allora avrei dovuto farne 100 figli, perché quello era il mio modo di avere il piacere della mia interezza. Io non credo che sia questa l'unica possibilità di essere intera, però lì l'ho sperimentata e non sono riuscita, nonostante tutto quello che ho fatto, a vivere pienamente quello stesso piacere in altre cose. …. Penso che ciascuno dovrebbe avere il diritto di sperimentare l'interezza, bisognerebbe avere una gamma di possibilità. Il problema non è che lei non abbia avuto figli, ma se lei ha sperimentato il piacere, ovvero l'interezza.

... Qui c'è un problema alla base di tutto, è come se il punto cruciale fosse la separazione tra sé e la propria madre, e tra sé e il proprio figlio. Non a caso l'interezza è proprio il momento in cui sperimenti l'interezza con un altro. In realtà l'interezza dovresti sperimentarla da solo. Il punto è che in questa società è come se la separazione si fosse bloccata, e quindi l'autonomia, per cui ritorna in auge il figlio, il nipotino, ritorna in auge la madre. Lei dice 'la difficoltà di conciliare', ma certo! Ma guarda caso siamo al punto di non esserci liberati dal senso di colpa, il senso di colpa nasce quando hai una simbiosi, un legame, se no non ce l'hai il senso di colpa. Se sei lì per te avrai dei problemi ma avere dei problemi, è diverso, puoi affrontarli. Il senso di colpa ti schiaccia. Il senso di colpa c'è nel momento in cui non fai questa separazione. Questa società, mi sembra, per generalizzare un po', ha la potenza di ributtarti come donna nel fatto che comunque devi “proteggere”: poi concretamente i vecchi restano in casa con le badanti, i figli con i nonni, i pazzi restano in casa con le famiglie che impazziscono.

Nel corso di questi trent'anni, la natalità è crollata, questo è un fatto, con il seguito di problemi dei vari orologi biologici e di figli fatti tardi. Tutto questo si è modificato anche per motivi al di fuori dei cambiamenti che hanno riguardato direttamente le donne, il rapporto con loro stesse e il loro rapporto con il lavoro. Noi pensavamo che sì, era difficile conciliare, era tutto complicato, ma eravamo nell'idea che si poteva. Adesso siamo con punti interrogativi piuttosto pesanti, perché i cambiamenti giganteschi che sono avvenuti in questi trent'anni si sono originati in tanti luoghi lontani da qui, il mondo del lavoro si è modificato in un modo radicale.

C'è un discorso estremamente malato, dietro questa cosa. C'è questa cosa un po' contraddittoria e un po' frustrante nel fatto di dire "devi fare figli perché la donna che non ha figli non va bene", però dall'altra parte "non devi fare figli perché se fai figli non va bene (sei precaria, non hai lavoro ...)".

La donna stava in casa e si occupava della famiglia, del marito, dei figli e dei vecchi. La donna che lavora ha fatto saltare tutto quanto, quindi i vecchi sono da soli, i figli non ci sono … è un po' saltato tutto, ma non c'è una soluzione a questo, e il problema è: ci può essere una soluzione dal punto di vista nostro? Un'altra soluzione.

La generazione nostra e quella appena successiva, è stata la prima generazione che si è consentita di investire su altro.

... Questo potrà spingere l'umanità a dire "Devo essere madre del mondo che sta morendo, e invece devo farlo nascere". Se non uccidiamo totalmente il mondo e diminuisce la popolazione, proprio attraverso le contraddizioni che sottolineavi, è possibile che il simbolo e l'amore, il piacere e il partorire, partorire la felicità del mondo, non lo so, quella che si chiama natura, o storia, chiamala come vuoi, sia la cosa che da vecchi può diventare un vero piacere. Ecco questa cosa è così, e passa attraverso questa contraddizione: vogliamo ancora dei figli per regredire, però così si va verso la sovrappopolazione, tenuto conto che ci siamo gratificati per due secoli con la tecnologia, uccidendo il mondo. Allora come facciamo a porre rimedio? Cercando soluzioni per un altro tipo di maternità, che è quella del piacere di far nascere altre cose, il piacere di vedere il sé nell'interezza del mondo più vasto.

Ora mi torna in mente una questione di tipo antropologico. Questa contraddizione di cui parlavate riguarda la nostra battaglia, quella che è cominciata con il femminismo, e anche prima con l'emancipazione, già nei secoli passati. La necessità di avere uno schiavo, anche uno schiavo adorato, è un problema che c'è sempre stato. Nel momento in cui le donne non ubbidiscono più, è banale, ne abbiamo parlato per secoli ( i nostri secoli ristretti) non c'è più lo schiavo ... Diventa una fatto sociale enorme. Questa contraddizione è inevitabile, non sappiamo come andrà a finire, noi possiamo solo riflettere.

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