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Incontri delle quattro stagioni_ Primavera 2009
28 marzo 2009, a casa di Paola. Siamo presenti in dodici. Gli argomenti: Il conflitto irriducibile tra maschile e femminile – Come gestirlo in termini non distruttivi – Come interagire col potere - Le forme del desiderio - La morte, il divenire - Un mondo, più mondi, l’accettazione della parzialità – Diversità tra poteri - Diversità di percezione, pensiero concreto, pensiero simbolico - Diradare, fare il vuoto per pensare – Agire nel mondo? - Storicizzare le parole – Il rapporto con la competizione – Non siamo riuscite a cambiare le modalità di gestione del potere - Tornare al simbolo.
Non solo tra uomo e donna, ma tra maschile e femminile fuori e dentro di noi, c’è un conflitto irriducibile che noi dobbiamo accettare in quanto tale, perché poi è alla radice della differenza. Ma questa è anche la radice della creatività, del divenire, del pensiero, della vita, dell’amore. Siamo due entità, due soggetti assolutamente diversi. Questa differenza non è recuperabile, è così, dobbiamo saperlo, dobbiamo sapere che questa differenza produrrà inesorabilmente e sempre dei conflitti, che i nostri desideri saranno comunque diversi, che non è detto affatto che io, perché tutto vada meglio nel mondo, debba per forza desiderare quella cosa che desideri tu, e faccia esattamente quelle cose che fai tu, e voglia occupare tutte le caselle che stai occupando. Io posso fare anche altro, posso interagire con questo tuo modo di essere e di gestire, litigheremo, ma ci potremo anche amare e potremo gestire questo conflitto in termini non distruttivi. Possiamo interagire col potere anche da un altro fronte e non necessariamente porci l’obiettivo di occupare quelle caselle, in quei modi, semplicemente inserendoci, donna al posto di uomo? Interagire con questi ruoli dall’esterno fino a che punto ci porta avanti nella ipotesi/speranza di modificare il mondo? Ho collegato questo al discorso sul desiderio: se tu segui un desiderio importante, articolato, hai la possibilità di arricchirti, mentre il potere ti mangia solamente... Il fatto che una donna esprima pubblicamente un desiderio e lo esprima di fronte a tutta quanta la collettività, è un fatto rilevantissimo, perché uno dice: “Ah, allora esiste anche questo desiderio, allora anche le donne possono desiderare, si permettono di entrare nell’agorà, si permettono di entrare nel luogo pubblico a dire ‘io sono legittimata a farlo’”. E questo è un salto, perché l’alternativa è che lei se ne stia chiusa nella sua casa senza che nessuno la veda mai. Certamente, entrare nella Agorà … pensavo però al pericolo che mentre lei dice “agorà” si possa pensare ad “un” mondo, quello che c’è, mentre credo che ieri la Muraro dicesse “più” mondi, visto che se hai un altro simbolo, un altro discorso, un altro fatto, puoi riuscire a pensare, a creare, più mondi e non (sempre e solo) l’agorà unica e dominante. Uno può perdere, certo. Perde. Ma simbolicamente può pensare, e vivere, e immaginare un mondo “altro”. Secondo me, anche il maschio può accettare più mondi; non so se è il "maschio" il problema … forse si dovrebbe parlare di maschile e femminile. Quando si comincia a pensare insieme, prima dovremmo cercare di riflettere sui significati delle parole che usiamo, noi, nella nostra diversità, che cosa significa per noi maschile e femminile … Se riusciamo a trovare, almeno a vedere, le differenze tra le definizioni delle parole che usiamo, possiamo anche accettare le differenze dei risultati, e arricchirci complessivamente, senza irrigidirci sul fatto che io non capisco o capisco poco questa cosa. Che ci siano tante donne che non hanno problemi a comportarsi come uomini mi sembra un'ulteriore conferma della struttura maschile di questa nostra società. La società attuale non sarà patriarcale nel senso vecchio del termine … ma l’impressione è che questa nostra società si sia ben ristrutturata in termini maschili. Se le nostre formulazioni – non so neanche come chiamarle – fossero davvero penetrate, al di là dei simboli, questi nostri compagni maschi avrebbero dovuto fare una battaglia per cambiare loro, e poi per loro, questa società. Era quello che chiedevamo, e questo non solo non è successo, ma ci ritroviamo come ci ritroviamo. Le donne hanno sempre avuto un potere, però ora tu parli di un potere esplicito, no? Bisogna vedere se questo potere che tu descrivi è un potere che assomiglia a quello del maschio o è un potere di un altro tipo. E' un potere che vuole assomigliare a quello del maschio, ma che comunque è diverso. Il problema è quello tra il simbolo e il pensiero concreto. Se il pensiero concreto è dominante in una persona, o in un gruppo e soprattutto nel sociale appena si parla simbolicamente l’altro si infastidisce e se ne va. E’ difficile giocare su una espressione che ha un aspetto nella concretezza e un aspetto nel simbolico, e quando si è in gruppo questa è la cosa più difficile. Come si fa? Ed è proprio questa la domanda, forse, che ci facciamo qui oggi: ce la facciamo ad esprimerci, ad essere contente (nel gruppo, intendo) parlando di cose (di qualunque cosa), ma tenendo conto del lato simbolico? Alla base del nostro lavoro, qui, il fatto di tenere conto del significato della parola storicamente connotata, e il fatto di capire se stiamo parlando in termini concreti, oppure in termini simbolici, è talmente importante! Ne va della comprensione. Tutti i nostri errori, anche quelli politici, vengono da questo, che quando uno fa un discorso pubblico, e parla di "fatti", parla però anche di simboli. Ma il 90 % capisce solo i fatti. E chi parla in termini simbolici e non viene capito di norma viene ammazzato. Si veda Gesù Cristo. Perciò dal capire che stiamo parlando anche in metafora dipende il nostro comprenderci e poter lavorare. Qua. Ora. Qui diciamo: va bene, mettiamoci a pensare. E’ un po’ come se ti permettessi di dire “non posso fare delle cose”. A volte ci sono periodi così, che non possiamo “fare”. C’è una situazione che non sappiamo, non comprendiamo, però il fatto di esserci noi, noi donne qui, è che forse in questo momento a me fa piacere confrontarmi con lei che ha non so quanti anni, e con te, e con te … è proprio una rosa di età per confrontarci sui significati delle parole. Parlavamo di diversità e di tanti mondi. Ci sono momenti in cui bisogna esserci e momenti in cui bisogna sottrarsi, e qui sta la difficoltà. Per noi donne oggi la domanda è come esserci, dove, per che cosa, e questo è pensiero. Poi c’è chi può prendere spunto da qualcosa e dire: io voglio essere lì, lo trasmetto lì, ma guai se veniamo prese – parlavo delle donne – dall’esserci per esserci. Sono passati trenta anni, in cui sono successe tante cose, e ci ritroviamo ora in situazioni complesse, perché è vero che non è tutto inalterato. Il punto però è che quelle riunioni in cui tutte andavamo per cercare di capire, per toccare, per sentire, coinvolgevano persone a largo spettro … c’era questa diffusione, mentre adesso il pensiero è di alcune, e il punto interrogativo è l’assenza di una riflessione collettiva. E’ come se avessimo un territorio che non è stato coltivato per venticinque anni. Se combatti per la parità di stipendio nello stesso ruolo, ti devi ricordare che “stesso ruolo” come donna non esiste, perché tu sei diversa, perché hai il figlio, hai la casa, perché siamo nel 2000, perché c’è stato il cristianesimo, la rivoluzione. Quando noi diciamo: va bene, quello che è da cambiare è tutto l’intorno, perché sennò la scelta individuale, qualunque essa sia, è talmente schiacciata e talmente determinata dal fuori che i margini di libertà sono inesistenti, questo implica che non c’è oggi una soluzione. Uno dovrebbe poter immaginare un mondo in cui la libera professione, o qualsiasi altra cosa, possa essere fatta senza una competizione così violenta, guerresca e spietata come quella che regola quel mondo, come quell’altro mondo, come ancora quell’altro mondo … Questa cosa è determinata dalla modalità maschile di competizione. Il sindacato teoricamente poteva essere un posto giusto in cui le donne avrebbero potuto sviluppare un pensiero. Lì ci siamo state, ci sono stati i coordinamenti, e le donne sono aumentate. Prima, quando c’eravamo noi, eravamo – quando andava bene – delegate sindacali, ma non c’era nessuna donna di apparato, né di segreteria. Poi, anche con le quote, è aumentato il numero di donne che girano da quelle parti in ruoli anche di responsabilità e di potere: ma non è successo proprio niente di bello e di significativo, la modalità di rapporto di potere e di relazione che io adesso vedo all’interno di quella struttura sono da spararsi un colpo in testa. Quindi le donne che ci sono dentro, ed io stessa, perché ci sono stata dentro per diversi e svariati anni, non siamo state assolutamente in grado di modificare quelle modalità, e alcune non si sono neanche poste il problema di cambiare o migliorare quel tipo di relazione, che semmai è peggiorato. Anche ora penso, non c’è niente da fare: ora, o cento anni fa, bisogna tornare al simbolo. Se riesci a desiderare, ma desiderare cose significative, e cioè molto più simboliche, molto più “culturali”, a desiderare del tempo per te, ti batti meno, competi meno. E’ chiaro che in un mondo così competitivo bisogna competere anche per trovare il pezzettino di pane, è vero? Però la competizione può essere affrontata in mille modi. Una competizione proprio per riuscire a mangiare, o una competizione “per esserci”. Ma la competizione “per esserci” non è competizione: non è se io sono “meglio” di quello, se so “più” di quello: no, magari so meno di quello, ma so in modo diverso. Perciò è sempre un lavoro interno, questo, da farsi, per evitare di cadere nel vortice in cui tutti rischiamo di girare, di dire: "Ma perché è così. Bisogna esserci". Fermati! Quante più variabili abbiamo per riflettere su un argomento tanto più riusciamo a fermarci e dire: posso fare “questo”, la cosa più importante, addirittura eliminando, se possibile, la variabile competizione. A proposito del sindacato, perché non siamo riuscite a parlare? Perché il sindacato deve fare la battaglia, deve conquistare, perché l’operaio deve conquistare, l’impiegato deve conquistare, e così via. Ma non pensa. Questa è una contraddizione culturale. E se c’è come ora una carenza di possibilità di competizione, questo invece di creare uno spazio per la riflessione crea una depressione che li rende immobili … Bisogna cambiare il tipo di depressione, diremmo noi … |