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Incontri delle quattro stagioni_ Inverno 2010

 

Inverno 2010

Sintesi dell'incontro

28 marzo 2009, a casa di Luciana B. Siamo presenti in diciotto. Indice degli argomenti:

Si decide di parlare del linguaggio. Si inizia a parlare del significato del termine "femminismo" - Confronto tra linguaggi, quello degli anni '70 e quello di oggi. - I nuovi termini: pari opportunità, quote rosa, genderialità. Nel corso dell'incontro, a tratti, si parla anche di sessualità: era difficile trarre una sintesi dai diversi interventi su questo tema, che lasciamo alla lettura della trascrizione.

 

La proposta di oggi è di prendere l’argomento del linguaggio.

Quando ho iniziato a lavorare col gruppo delle “15 donne” e ho iniziato a dire: “Sto facendo un laboratorio di teatro su un gruppo di femministe degli anni ’70 di Cornigliano”, l’espressione generale era: “Femministe? Ma io sono contro il femminismo, perché è un po’ come il maschilismo”. Questa assimilazione tra femminismo e maschilismo è una cosa che sembra banale, ma siccome l’ho riscontrata in tutti, vorrei partire dalla parola ‘femminismo’.

Nell’ultimo incontro era emerso che uno dei significati principali del femminismo era il mettersi assieme come atto politico.

Da questo atto politico, sono venute le esperienze di condivisione, di riconoscimento dei problemi comuni, e anche di consolazione. Però il punto era l’atto politico di mettersi assieme tra donne per fare politica, per pensare al mondo.

Ci sono state differenze molto grosse. C'è stato il femminismo più radicale che era separatismo rispetto al maschile anche indipendentemente dalla politica, e proponeva una riflessione sulla identità e sulla sessualità, in un modo nettamente separato dal maschile a partire da una presa d’atto di una condizione di inferiorità della donna. C’è stato poi il ‘femminismo dei gruppi politici, nel Manifesto, in Lotta Continua, in Avanguardia Operaia ecc., lì c’è stata la scelta di alcune donne di costruirsi spazi separati dove portare una riflessione legata alla sessualità, alla relazione di coppia, alla relazione col maschile e alla relazione tra donne. Avevano in comune l’ esperienza della autocoscienza, che è quello che ha caratterizzato il primo femminismo. Il nostro gruppo era ancora un’altra cosa: è stato il voler portare certe riflessioni dentro il lavoro, cercare tutti gli elementi legati al maschile e al femminile nel lavoro.

Quindi parlare di femminismo vuol dire anche sapere che ci sono un sacco di cose diverse.

La cosa nuova o inaspettata che ho trovato incontrando i gruppi delle donne nel ’76 è stato il fatto di iniziare a fare un pensiero politico, vedersi, prendere delle decisioni, delle iniziative senza che derivassero, a priori, da una organizzazione dentro cui tu eri. Improvvisamente c’erano delle donne che, senza chiedere il permesso a nessuno, avevano deciso di fare delle cose per conto loro, e queste cose che si pensavano per conto proprio iniziarono da subito ad entrare in conflitto, in collisione dialettica con quello che c’era prima, e questo è stato il salto, senza che ci fosse stata per me, e credo per molte altre di noi, una pratica di autocoscienza, una riflessione sulla sessualità.

E’ chiaro che ci può esser un uso estensivo, allargato del termine femminismo, che però “tiene” un aspetto, che è quello del pensiero e dell’ azione - non solo del pensiero - autonomi delle donne, in dialettica col mondo circostante.

Il linguaggio che usavamo era nuovo per gli uomini sul posto di lavoro. Oggi i giovani, le ragazze, non leggono, molte cose non le sanno. Le giovani e i giovani lo vedono diverso il femminismo, perché tutto quello che abbiamo fatto, che tante donne hanno fatto, è stato un cambiamento lento della quotidianità. Loro hanno trovato queste cose già discusse, digerite, le parole erano già state usate; ora non si usano più perché ce ne vergogniamo … ecco, questa è la differenza.

 

Se noi prendessimo il periodo storico degli anni ’70 come una lingua, e il periodo storico attuale come un’altra lingua, cosa troveremmo nella nostra società, nel nostro linguaggio, che più o meno si occupi delle stesse tematiche, degli stessi problemi di cui si occupava il femminismo? Mi sono venute tre parole, che mi hanno depresso mentre le scrivevo: pari opportunità, quote rosa, genderialità.

Sono tutti termini che diventano tecnici ed asettici, svuotano sia la parte più emotiva, sia la parte più di sostanza, frammentano la realtà. Ad esempio “pari opportunità” si usa sia per il lavoro delle donne che per il lavoro degli stranieri, è una cosa generica. “Quote rosa” è un termine che implica una concessione. “Genderialità” è iper-tecnico, deriva da un termine straniero, ‘gender’.

Il problema a monte di tutto questo è legato al fatto che comunque il nostro linguaggio è impoverito, perché nessuno si assume la responsabilità di quello che dice.

Nei momenti di istintività puoi anche dire cose di cui non comprendi appieno l’importanza, però il dialogo, che è un altro elemento fondamentale del linguaggio, ti permette di ritornare su quello che hai detto e comprenderne la portata. Ma disgraziatamente oggi il linguaggio ha perso questo peso. Il linguaggio è leggero, è volatile, e quindi essendo volatile si è persa tutta la sua storia e in più è completamente deresponsabilizzato.

L’obiettivo fondamentale era che ci capissimo tra di noi, qua. Mi sembra ampiamente condiviso che il linguaggio sia importante, fondamentale. Ma il punto è se questo gruppo di pensiero ‘stagionale’, deve produrre dei pensieri sull’oggi, tenuto conto che qui ci sono persone che hanno avuto una storia, altre sono più giovani. Per la possibilità di produrre un pensiero è necessario che quando qualcuna di noi usa una parola sia capita nello stesso senso tra tutte, oppure si capisca quanti sensi può avere dentro, quella parola.

Se una parola che è uscita fuori è “femminismo” la domanda è: quando usiamo la parola femminismo tutte quante parliamo dello stesso oggetto?

Un gruppo si evolve, anche il linguaggio del gruppo si evolve, a seconda degli apporti di ciascuna di noi. Pensavo alla responsabilità che gruppi come il nostro hanno anche di comunicazione con il mondo generale, col mondo maschile. Qui c’è tutta una stratificazione di comunicazione tra donne che proviene non solo dal nostro tempo, perché noi studiavamo anche i gruppi che provenivano dai secoli precedenti. Il nostro gruppo, non femminista, ma femminile, come volete chiamarlo, si è occupato del lavoro e il nostro luogo era il sindacato. Uno dei centri del lavoro nostro nel sindacato era ciò che il femminismo sosteneva o cercava di far entrare nella cultura generale: cioè proprio il lavoro, che non si chiamava lavoro, delle donne nei secoli. Perché il lavoro, che non era mai stato pagato, quel lavoro lì anche emotivo, era qualcosa che interessava tutta l’economia del mercato.

Quando si usava il termine femminismo in senso positivo, allora c’erano le donne che attivamente portavano avanti una politica per loro, quindi si facevano sentire a livello politico o nei gruppi; invece questi altri termini (pari opportunità, quote rosa, storia dei generi) mi sembrano termini che hanno canonizzato il punto di vista “maschile”, “istituzionale”, come se fossimo state infilate in codici linguistici tranquillizzanti.

 

Oggi si dice: ”In fondo il femminismo non serve più perché certe cose si sono ottenute”. E’ vero, nel senso che si sono ottenute tutte una serie di conquiste politiche. Sono cambiate le relazioni tra i sessi. quello che io mi chiedo però è l’altro aspetto, quello più segreto, quello legato alla sessualità: cosa sta succedendo? All’inizio del femminismo si rivendicava una sessualità diversa. Oggi il rapporto col corpo è peggiore di quanto fosse allora per le donne, perché c’è questo bisogno di falsificare il corpo. A livello di sessualità, sembra davvero che non ci sia stato il femminismo per le giovani donne di oggi, e che torni a verificarsi, mascherata da emancipazione, una sessualità o prevaricante o che non presta attenzione.

Abbiamo parlato solo del significato di una parola, il femminismo. Nell’incontro precedente quello che era emerso era la differenza fra femminismo e femminile. Vorrei a questo punto discutere del femminile, perché sembra che siamo tutte femministe, ma il ‘femminile’ che cosa significa? Come è vissuto da noi e dagli altri? Esiste ancora il femminile? Dov’è? Dove lo cercano gli uomini? Come lo viviamo noi?

Sento di usare di più il termine femminile che femminista. Ho pensato diverse volte: che cosa posso fare con la mia esperienza? Posso far crescere un maschio diverso. E questo me lo sono dato quasi come compito, perché sono convinta che attraverso i piccoli gesti si cambia tutto un insieme.

Abbiamo detto: ‘parliamo del linguaggio’, meglio ancora: ‘diciamoci tra di noi, quando usiamo delle parole, che significato attribuiamo a queste parole’. Abbiamo rilevato che su alcune parole che ci sarebbero indispensabili per sviluppare pensieri successivi ci sono delle grosse ambiguità fra di noi per cui queste vanno tra di noi chiarite? A noi era sembrato di sì. E’ una specie di lavoro propedeutico: dopo di che non si andrà avanti in questa discussione se non cominciamo a portare dei pensieri che ci facciamo leggendo. In questi trent’anni un sacco di gente ha scritto un sacco di cose, le hanno scritte le femmine e le hanno scritte i maschi. Se vogliamo fare un lavoro di questo tipo dobbiamo decidere un argomento e su questo argomento leggerci delle cose e venir qui e parlarne, magari dopo essersi chiarite alcune questioni di termini, se no stiamo qui a raccontarcela.

Sulla parola femminismo delle suggestioni sono emerse, ciascuna di noi ci penserà e naturalmente non uscirà di qui con le stesse emozioni di quando si è seduta, sicuramente ciò che è emerso è importante anche per il gruppo.

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