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Estate 2009: indice degli argomenti e trascrizione dell’incontro. Cliccando andate su quello che vi interessa
Rapporto tra donne e competitività Rapporto con donne di altre culture. Silenzio e assenza di ribellione delle donne. Il cambiamento della cultura. Parlare e non essere capite. Guardare la televisione e pensare che il femminismo è finito. La formazione della identità. Differenza tra le “vecchie” e le “giovani” del gruppo. Mancanza di un pensiero complesso. Fine della “fame” di cultura. La TV educatrice. Strategie di vendita. Pensare insieme Chiarire i significati delle parole. Collegarsi al lavoro politico? Prendere la parola sul nascere e sul morire. Baroni e baronesse. Passare il testimone. Cosa vuol dire testimoniare a seconda dei periodi storici. Come guardiamo alle persone giovani? Le donne giovani e l'ottica femminista. Strategie aziendali: vietato consolare chi piange. Perché siamo qui? E' possibile trasmettere esperienze? Integrare dimensione pubblica e privata, aspetti femminili e maschili. Un errore del femminismo: aver lavorato sul genere (maschile e femminile), ma non sui ruoli (materno e paterno). Ruolo materno e paterno fuori dal nucleo familiare: scomparsa del paterno nella società, e avanzata del paternalistico. Ci sentiamo materne? Oppure paterne? O l’uno e l’altro? La fatica di rivendicare i propri spazi quando si è madri. La paura del padre. Integrazione tra ruolo materno e paterno. Il ruolo “separante” del padre: si cita Franco Fornari. Nella società dilaga la dimensione dell’adolescente. Madri che si identificano nel bambino (o nella madonna). Ricchezza emozionale e passività nelle nuove generazioni . Bisogna andare a fare la pappa La scelta del nome del sito (e del gruppo). Possibilità di trasmettere esperienze e competenze. Frecce non lineari. Serve raccontare alle "giovani" come le più "vecchie" si sono formate la loro identità? Discutere solo nel gruppo o andare in tutti i luoghi possibili per raccontare? Il pericolo di fare la parte delle reduci. Per comunicare è necessario che ci siano delle domande. Le domande esistono già? Costruire la propria identità in tempi difficili. L'identità come costruzione difensiva. Lavoro e costruzione della identità. Confronti tra storie di ieri e di oggi. Ci chiedono acqua e noi offriamo una torta di fragole... Lavorare all'Ansaldo: volere morire, e aspettare che "arrivino i nostri" (il 1968), oppure trovarvi una identità. La guerra, il dopoguerra, la chiesa cattolica, il 1968, la fabbrica. Identità individuale, identità collettiva. Incontrarsi in una piazza o su Facebook. Essere laureate e andare a vendere il caffè. Compromessi e iscrizioni clandestine
La mattina ci mettiamo in giardino. Prima siamo un pò andate ad esplorare i dintorni della casa di Pina, abbiamo fatto colazione, abbiamo visitato la casa.
Il pranzo questa volta lo faremo in trattoria.
Al pomeriggio il giardino è invaso dal sole, così ci riuniamo in cucina.
Io non inizio. Va bene, tu non inizi; inizio io ... Paola Io vorrei parlare del rapporto delle donne con la competitività… che non so come affrontare. Oggi il mondo del lavoro, anzi, il mondo in generale, per “esserci” richiede un atteggiamento competitivo, molto duro. Parrebbe. Noi avevamo teorizzato la possibilità di modalità diverse, di entrare e di stare come donne in luoghi interessanti, significativi, da cui si poteva cambiare il mondo, senza dover adottare questi modelli. Ma non mi sembra che sia possibile. La mia domanda è: stiamo facendo delle valutazioni “poetiche” su possibilità che non sono praticabili? L’altra cosa che mi dà da pensare è il rapporto con le altre donne, le donne non italiane, che sono sempre più un pezzo della realtà circostante. E non solo la relazione con le donne islamiche, l’impatto anche visibile con il fatto del velo, anche se può essere simbolicamente la cosa più evidente. Nell’ultima conferenza della serie “Che genere di donne” (http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=3399), la domanda era se “il multiculturalismo può far male alle donne”. La relatrice teorizzava un atteggiamento di “libertà a più vie”, una tolleranza intesa come rispetto delle libertà di ciascuna, che può essere anche quella di mettersi il chador. Va bene… può essere una soluzione di sopravvivenza nell’immediato, però se non si crea una interazione, una possibilità di pensiero comune con queste altre donne alcune cose di base restano assolutamente immobili. Luisa Avevo preso degli appunti, e poi ho lasciato tutto a casa… Quello di cui volevo parlare era un articolo di Chiara Saraceno, uscito su Repubblica. Lei diceva: sono in grande imbarazzo perché le donne straniere mi domandano spesso come mai le donne italiane non si ribellano alla totale mancanza di rispetto, al modo come vengono trattate dagli uomini, soprattutto in questo periodo. Sapete di cosa sto parlando. Lei diceva: noi stiamo zitte (col “noi” penso che si riferisse alle donne in un certo senso “storiche”, ad una specifica generazione) perché non capiamo come mai per le donne giovani oggi sia indifferente per andare avanti nella vita preparare un “book” oppure prendere una laurea. Pur di arrivare si può usare una strada o si può usare l’altra. Rina Queste ragazze sono figlie nostre, non sono figlie di altri: allora viene la solita domanda: cosa abbiamo insegnato noi alle nostre figlie, cosa abbiamo trasmesso
Gabriella1 La cosa di cui volevo parlare io era la cultura, perché non so più definirla. Mentre una volta trovavo gente che “mi capiva” quando usavo un certo linguaggio, adesso sto bene attenta a come devo parlare… non vorrei sembrare snob, io non sono laureata, ma c’era un livello profondo di conoscenza. Oggi mi rendo conto che a volte dico una cosa, e non sanno di cosa sto parlando, anche un fatto storico, una frase in un’altra lingua… niente, non sanno niente, assolutamente, i giovani, e questo mi preoccupa, mi preoccupa tanto. Luciana1 In questi giorni guardandomi un po’ in giro, guardando la televisione, mi è venuto da dire: il femminismo è finito. Ma anche quello residuo, quello più di nicchia, quello più culturale. Non si sente. Non si parla, come diceva la Saraceno. Tutto il lavoro iniziato, e mai finito, sulla differenza delle donne, non c’è più, non abbiamo neanche finito di identificarla questa differenza, in un lavoro, in uno studio, in una teoria, in una analisi, che è già finita, non la rintracci nella presenza delle donne nella società. Vedi delle donne nel governo, nella politica, nella pubblicità, nel giornalismo, ma a differenza del passato, non sono lì come donne, a portare la loro esperienza, la loro identità e differenza, ma c’è sempre un atteggiamento di competitività, di esibizione, e soprattutto è stato assunto in pieno il metodo maschile del vivere, del rappresentare, di avere ruolo, potere, senza ricordare, far emergere un discorso, una iniziativa, una riflessione, che sia proprio femminile e femminista. Neanche nelle donne della sinistra. Indubbiamente è una società piena di contraddizioni rispetto al passato, ci sono le punte più basse tipo quella scena alla televisione di una donna a cui al culo le mettono il timbro, e c’è la presidente degli industriali che è la Marcegaglia, o ad altre donne in Forza Italia che sono ministro. Però, ecco, nessuna di queste reagisce rispetto alla mercificazione, alla umiliazione del corpo delle donne. E quindi addio alla differenza, alla identità, al rispetto. Ecco, mi è venuto proprio questo respiro doloroso, il femminismo è finito, proprio.
Eleana Uno degli argomenti di cui volevo parlare con voi è l’identità. Voi avete fatto un percorso che vi ha aiutato a costruire una identità anche per opposizione ad un ambiente circostante; noi, parlo alle generazioni un po’ più recenti, io ho trentadue anni, noi abbiamo un grosso problema a definire una identità, perché l’identità non ce la dà il lavoro, che è frammentato, non ce la dà la società che è frammentatissima, neanche la cultura, perché appunto c’è il discorso del confronto con tante culture, e alla fine l’identità è un che di posticcio che uno appiccica facendo il collage delle proprie esperienze. Il secondo argomento è proprio quello del confronto con le culture che però io non limiterei come ha detto Paola al confronto con le donne delle altre culture, perché c’è un fattore più profondo: se noi in una bottiglia d’acqua sciogliamo dello zucchero, anche se è poco, non avremo più dell’acqua nella caraffa, avremo una soluzione, per cui anche il 5% di culture diverse rispetto alla nostra fa sì che sia proprio cambiato tutto.
Laura La questione della cultura mi prende perché soprattutto fra i giovani c’è sempre una maggiore ignoranza … persone che conosco che magari hanno sessanta, settanta anni, anche gente che ha la quinta elementare, ha un grado di istruzione e di cultura superiore al mio che sto facendo l’università… E poi anche la mancanza di interesse per la cultura. Io magari vado a teatro, mi piace andare alle mostre, e spesso dai coetanei vengo additata come la “strana”, cioè: queste cose le devi fare quando hai novanta anni, cioè, zero totale: andare a teatro? Sei una sfigata! Infatti qualche hanno fa che ero un po’ più… stupida, non lo dicevo che andavo a teatro! Ci andavo e poi non lo dicevo. Ecco segreto di pulcinella: anche io ho un cervello, ma non lo dico a nessuno. E quindi la cultura mi angoscia. Gabriella1 Quello che volevo dire io col discorso sulla cultura… era la mancanza di un pensiero complesso, no? Quando senti parlare la gente in giro si esprimono per slogan o per concetti semplici, è come se non ci fosse né un prima né un dopo, ma solo un qui, adesso. E’ proprio la complessità che manca, la storicizzazione… Perché quando eravamo all’Ansaldo… ma tu lo sai Pina perché c’eri dentro, gli operai stessi che venivano a chiederti delle cose o a parlare con te era perché avevano fame di altre cose, questa fame non c’è più, è scomparsa. Rina E’ il mondo intorno che ti vuole così, è il potere che ti tiene così… Laura Mi pare che Franceschini abbia detto prima delle elezioni europee, che chi va al voto adesso, i diciottenni, sono quelli che quando ha iniziato Berlusconi avevano tre anni: sono nati con Berlusconi, e quindi, dice Franceschini, sono persone stanche di questa cosa. Forse no, invece. La mia idea è che sono persone cresciute con un determinato modello anche televisivo che li ha plasmati e questo è inquietante nel senso che … è proprio un lavoro che da parte di alcuni potenti è iniziato lentamente e ha formato delle persone che adesso hanno diciotto anni. Anche proporre dei programmi televisivi di basso livello, la televisione che diventa educatrice… non è che voglio vedere la grande strategia, però questo impoverimento culturale viene anche da quello, l’errore che c’è stato è non accorgersene prima, o comunque sottovalutare la figura di Berlusconi. Come anche la Lega: è stata sempre sottovalutata perché dice delle cose allucinanti che invece fanno presa sul popolino… Gabriella1 E’ il pensiero semplice questo… Eleana Vi racconto un aneddoto dei miei duecentocinquantamila lavori. Corso di vendita, primo appuntamento: il mio “tutor” mi chiede di sbagliare i congiuntivi, sono rimasta… basita Gabriella1 “Non ci riesco!” glielo hai detto? Eleana Non ci riesco, non ci riesco, non ce la faccio, è più forte di me! (Risate…). La questione è che se devi vendere - e tutte le transazioni che ci sono adesso in società sono tutte basate sul commercio, che sia commercio di contatti su un sito web, di spettatori di un programma tv, oppure vendita di una tv satellitare - per raggiungere una persona e comunicare con lei, e quindi convincerla a comprare, devi essere al suo livello, e anche un po’ sotto, in modo da non metterla a disagio. Questo implica che ci si appiattisca sul livello più basso della cultura per poter comunicare, convincere e vendere, a tutti. E questo è un effetto trascinante, che trascina verso il basso, perché il fine non è più il raggiungimento di obiettivi, oppure la speculazione filosofica, oppure la consapevolezza su valori o ideali, l’obiettivo è vendere. Quindi la comunicazione si appiattisce e sprofonda. E la comunicazione commerciale poi è adottata in tutti i campi, al di fuori di dove si è generata, ormai è ovunque. Pina Ho solo una ipotesi e una proposta: mi interessa parlare con voi del significato di alcune parole. Che cosa vogliamo noi, qui ed ora, in dieci? Io ho sempre pensato, anche prima di adesso, che ci sarebbe stato un momento in cui la nostra ipotesi di lavoro come donne sarebbe stata di “andare in convento”. Insomma, metterci qui e parlare. Allora, per pensare delle cose insieme mi pare necessario che ciascuna di noi cerchi di pensare, di dire, come sono cambiati i significati delle parole che oggi usiamo, rispetto a quelle che usavamo dieci, venti, trenta anni fa. Alcune parole “normali”, no? Donna, famiglia, bene, male, storia, una ventina di parole su cui metterci d’accordo. In modo tale da poter capire che stiamo parlando della differenza tra le donne. Se vogliamo parlare di cosa vuole dire essere donna, per le nostre ipotesi di lavoro, oggi, dobbiamo metterci d’accordo che più o meno parliamo di questo… donna per noi vuol dire questa cosa. O cosa significa lotta. Cosa vuol dire, come dicevate voi, che non ci ribelliamo, che significato ha oggi la ribellione se non vi sono orecchie che la ascoltino. Come fare a dire a questi ragazzini: noi siamo fatte così, e riuscire a tradurlo, per vedere se troviamo un linguaggio per capire gli altri, oppure se questo non è possibile. Riuscire a fare un discorso che resti per dopo, per gli altri, per quelli che non conosciamo, per i miei nipoti, non lo so. Ecco, questa è la cosa che mi interessa di più, dovendo stare con dieci, dodici, tredici, venti persone: che grammatica usiamo? Che vuol dire metodo oggi? Allora: non parlare con i congiuntivi è un metodo per vendere, mettere i congiuntivi è un metodo per arrivare dove? La seconda cosa è cercare di vedere tra di noi che cosa significa fare questo lavoro di tipo culturale senza collegarci al lavoro politico. Ecco, in questi anni ho sempre pensato che mi resta con le donne e con tutti un lavoro di riflessione e non un lavoro in campo. Però se ci fosse, come c’è oggi, il discorso sulla vita e la morte, sul fine vita, se ci fosse la possibilità di voce pubblica, come donne, sulla questione del morire e della libertà che dovremmo avere di morire come desideriamo, una possibilità politica di allearci, ma autonomamente, ecco io, in questo io tenderei, se fosse possibile, esserci. Ma solo su argomenti che sono precipuamente – secondo i nostri canoni – delle donne. Il fatto del nascere e del morire. Nascere era uno dei nostri argomenti. Come donne, come femministe abbiamo lavorato sul nascere, sul far nascere … nascere e far nascere. Perciò il morire e la vicinanza al morire, può essere visto da donne, e non serve solo alle donne morire in un modo decente: se dovessi stare nella politica normale lavorando in questo senso, su questo argomento, ecco, una parola come donne potrei anche metterla. Paola Un flash: su Repubblica c’era un articolo per cui veniva fuori che tra pochi anni nel mondo medico la maggioranza saranno donne, già adesso sono la maggioranza degli iscritti a medicina, ma tra un po’ ci sarà il sorpasso anche tra gli addetti. E allora pensavo alle 150 ore, tutto quello che si è detto sul rapporto con i medici, sui conflitti, sulle differenze, e mi chiedevo se questo sorpasso porterà un cambiamento nel rapporto tra medicina e persone oppure no. Sono incerta su questo esito. Luisa C’era anche scritta una cosa che mi ha un po’ disturbato, cioè che questo sorpasso avviene, perché in fondo le donne hanno una relazione con la cura… che loro, siccome danno la vita e bla, bla, bla, hanno questa relazione con la cura, col corpo… Rina Ma come mai i “baroni” sono sempre uomini però? Voce Dai tempo al tempo… arriveranno anche le baronesse Pina La Marcegaglia è un barone Gloria Io ce le ho già avute le baronesse, non erano diverse dai baroni Livia Volevo chiedere, in che senso vi da fastidio l’affermazione relativa alla predisposizione delle donne alla cura, che a me non da nessun fastidio? Luisa No, me la riconosco, anche per me, ma mi sembra che venga usata in modo strumentale. Non di per sé. Hai ragione, hai fatto molto bene a chiederlo, perché sennò era molto equivoco: mi dà molto fastidio che questa cosa venga usata, che venga buttata di nuovo lì come una merce. Giovanna Secondo me questa potrebbe essere una occasione, è l’occasione, per fare una catena con le età. Io da una parte avverto un immobilismo del quale mi chiedo ragione, però dall’altra mi sono segnata quattro cose che secondo me hanno caratterizzato la politica di sinistra degli ultimi anni: il movimento no global del 2001 Genova; il movimento dei girotondi che è stato una cosa altrettanto potente; poi il piccolo movimento che c’è stato in Italia per difendere la legge sull’aborto; e poi c’è stata l’onda. Quindi quando parlo di immobilismo, questa cosa ha magari a che fare con il mio immobilismo interiore, io mi sento immobile mentre intorno a me ci sono generazioni, persone che si muovono. Io sento che noi abbiamo una responsabilità politica, sento che non c’è stato il “passaggio di testimone”. E quindi magari si può ragionare sulla parola “testimone” Pina Che cosa vuol dire testimone… Giovanna Che cosa vuol dire passarlo Pina Certo, che cosa vuol dire testimoniare secondo i periodi storici. Durante la resistenza testimoniare poteva voler dire prendere il fucile, che so, durante il periodo romano testimoniare poteva voler dire riflettere sulla eucaristia, oppure andare a farsi mangiare dai leoni, o l’uno e l’altro. Bisogna sapere storicamente che cosa facciamo per testimoniare Laura La mia voglia di esserci, anche il fatto di essere qua a riflettere, è già una cosa, tra virgolette, rivoluzionaria. Nel mondo quotidiano non fai niente, se non cercare lavoro. Il fatto che noi giovani abbiamo una vita abbastanza frammentata, ed anche difficile da rimetterne i pezzi a posto, già dire: mi fermo e penso cose che non siano vado alla agenzia interinale, studio, vado a inseguire i vari baroni, ma mi fermo e penso: è già una cosa rivoluzionaria. Pensare e dire: sto facendo questo, ma prima c’è stato quest’altro, dire “io sono e quindi penso”, è già rivoluzionario perché il tempo non ti dà più niente, non c’è più tempo, cioè: zapping! Livia Mi sembra che si pensi alle generazioni dei giovani di oggi con delle categorie che non sono più adatte. Se io penso ai ragazzi e alle ragazze che io vedo come psicoterapeuta, dove io sono obbligata a sospendere il giudizio (e faccio molta fatica), vedo che in realtà è un mondo completamente diverso, un mondo ricco di tutt’altre cose… il problema è quello di come aiutarli a “metterle nel mondo”, abbandonando senz’altro criteri di lettura che sono di generazioni precedenti. Luciana1 A me va l’idea di parlare di generazioni, perché le ventenni, trentenni, e anche le quarantenni, se parli di femminismo, o dici: questa è una conquista femminista, rimangono lì, non ne sanno niente, oppure non vogliono assolutamente pensare che possono aver bisogno di un’ottica femminile e femminista per vivere, o per esprimere, o dichiarare un proprio disagio, o sofferenza, nella società, nella famiglia, nel lavoro. E’ una cosa che non esiste, di cui hanno paura. Noi abbiamo fatto il femminismo, ci siamo incontrate, dalle cose che abbiamo fatto e discusso sono uscite anche delle leggi, dei contratti, ecco: perché non si sente questa necessità? Ognuna cerca di risolvere il problema individualmente in un modo assolutamente maschile, come se il problema fosse solo suo, e non si identifica nell’altra, non vede l’ uguaglianza del disagio nell’altra. Paola Volevo raccontare questo episodio: c’è una giovane donna di trenta anni, che lavora in una importante Onlus con fini sociali. Una donna dello staff aveva un incarico importante, ma fallisce in qualche modo in questo compito. Questo fallimento può avere conseguenze serie sul suo futuro lavorativo, e lei si mettere a piangere durante una riunione. Un’altra donna del gruppo la segue nel corridoio per consolarla, e per questo fatto viene aspramente rimproverata dal capo: ha sostenuto e avvallato pubblicamente e sul lavoro un comportamento debole e inadeguato. Questo comportamento non è accettabile. La donna rimproverata” non reagisce alle critiche. Che tipo di modelli di relazione si sono affermati ovunque, anche in imprese “sociali”? Le donne sono disponibili ad adeguarsi? C’è una possibilità, impossibilità, desiderio delle donne ad opporvisi? Inavvertitamente si spegne il registratore, si perde forse mezz’ora di registrazione Luciana2 Già dalla volta scorsa volevo chiedere, ma perché siamo qui? Scusate la basicità della domanda. Ognuna di noi ha i suoi itinerari individuali, ovviamente, ma poi c’è qualcosa che in qualche modo ci tiene unite, o per lo meno ci aiuta, ci incoraggia, ci fa provare piacere a vederci. E ho pensato a due parole. Noi abbiamo una esperienza in comune, e questa esperienza per alcune giovani è abbastanza interessante da indurle “a”. Però pensavo che l’esperienza è non trasmissibile. Non si trasmette una esperienza. Insieme a una esperienza però a suo tempo ci siamo in qualche modo conquistate una competenza. La competenza è trasmissibile, ma bisogna vedere, come dire, dove l’abbiamo fondata. Io mi ricordo che noi leggevamo più o meno – adesso estremizzo scherzando – Il Manifesto e psicanalisi a iosa. Quindi ci siamo costruite una competenza basandoci su queste cose. Da un lato c’era la storia che abbiamo vissuto, non parlo dei millenni passati, e da un lato c’era una società ben strutturata in senso oppressivo. A quel tempo però non facevamo tanto caso alle parole. Se le studentesse americane si ribellavano contro qualcosa e se ci arrivavano appelli o discorsi di donne non stavamo tanto a vedere… Paola … Cosa voleva dire una parola… Luciana2 Sì, come erano loro… non era questo. Abbiamo ipotizzato che ci fossero alcune caratteristiche di quella società che arrivavano a tutte le donne, e su quello in qualche misura abbiamo puntato. Dall’altro lato c’erano… degli spiragli di uscita da quella società, che poi noi abbiamo rifiutato, detto in una parola: l’emancipazione. Quello che un po’ mi paralizza oggi è che abbiamo di fronte una società che non è “ben” strutturata, anzi è destrutturata, ma contemporaneamente è anche fortissima. Allora mi chiedo: abbiamo già, o possiamo pensare di costruirci, delle competenze da offrire? E se non le abbiamo ma pensiamo di costruircele oggi, su che cosa potremmo eventualmente costruirle? Sulle parole, sì, le parole sono significative, ma io vorrei che fossero anche sulle… Paola Ah, sulle emozioni, dici… Luciana2 Si. L’episodio del pianto Pina Ah, sì, un discorso che faccio sempre… legato alla competitività: quanto sia necessario oggi robotizzarci, quanto contenere le emozioni sia proprio una esigenza generale, del sopravvivere, del lavorare. Noi abbiamo lavorato, no? ai nostri tempi … Paola … Per integrare le emozioni Pina Per integrare ed esprimerci. Oggi dobbiamo sapere quanto sia possibile o impossibile questa cosa. Paola Questo è collegato alla domanda che faceva Gloria: “chi l’ha detto che le donne devono essere migliori degli uomini, ci sono situazioni in cui il comportamento femminile è anche più intrattabile di quello maschile…” Però questa, allora, è la ratifica firmata del fallimento della ipotesi politica che noi avevamo avuto, cioè che la differenza era portata, era potenziale, nell’essere donne, ma questa differenza portata nel mondo fuori dalla casa, quindi portata nel mondo pubblico, era la strada, la chiave, il grimaldello per modificare questo mondo pubblico. Uscire dalla casa per entrare lì dentro, in modo che questo mondo pubblico potesse integrare di più questi aspetti che erano stati così fortemente separati. Ma nel momento in cui abbiamo l’episodio del pianto, o la sua baronessa, o l’amica greca di cui parlavo la volta scorsa la domanda è: quali spazi di libertà o di scelta hanno realmente queste persone? Guardando alcune situazioni dico obiettivamente che spazi non ce ne è. Allora vuole dire che noi siamo state sconfitte, l’abbiamo già detto molte volte. Non si è cambiato questo mondo circostante, anche se poi vengono fuori gli uomini che integrano gli aspetti femminili. Ne vedi, oggi, ne vedi di più di quanto non ne vedessi trenta anni fa, che li integrano in maniera più esplicita, in tutti i sensi: puoi avere dall’esplicitazione di essere gay, a non essere assolutamente gay ma ad esprimere dei lati di tenerezza, di debolezza, di fragilità. Luciana1 Sul corpo Paola Si, sul corpo, ma anche sulla interazione, e sembra – adesso dico una cavolata pazzesca – quasi quasi che loro si permettono un po’ di più questo, mentre noi… Certo, anche noi ci siamo permesse degli atteggiamenti maschili che prima non ci permettevamo, ma sembrerebbe quasi buttando alle ortiche degli spazi esistenziali, il poter essere in un modo diverso da quello comandato. Ad esempio permettendoci di poter consolare la collega che piange, e di dire al capo, anche con calma: mi spiace, ma se una persona piange io la consolo. Luciana1 E’ sempre più diffuso questo reprimere le emozioni, essere robotizzati; per trovare una identità, per essere riconosciuti ci si proietta tutti ormai sul lavoro dove l’azienda ti chiede il massimo della dedizione. Livia Sentendo questi ricordi del passato, e la riflessione su cosa non è stato fatto, la sensazione è che in realtà si sia lavorato sul maschile e femminile, ma che non si sia mai lavorato politicamente sul livello materno e paterno. Se leggiamo le cose da questo punto di vista di fatto noi cosa abbiamo fatto con il femminismo? Abbiamo sostenuto un materno ipertrofico, sostenendo che i valori femminili valgono di più di quelli maschili, il che è tutto da verificare, e lasciando completamente sgombra la dimensione del paterno, cioè quella della responsabilità, giustappunto, che nessuno, né uomini né donne si sono presi. Credo che questo sia stato proprio un errore del femminismo lavorare sul genere e non sui ruoli. Paola Nel senso che abbiamo lavorato più sul genere che sui ruoli? Livia Sui ruoli non abbiamo proprio lavorato, sui ruoli intesi come materno e paterno, anche socialmente, e non solo a livello di famiglia. Pina Volevo però capire come tutti questi discorsi che abbiamo fatto ora, come sono risuonati nelle due giovani, come il nostro modo di parlare possa essere compreso da chi non ha fatto le nostre stesse esperienze. Eleana Una cosa che ho notato nei vostri ultimi scambi è che usate un gergo molto tecnico per me. Gergo tecnico significa che deriva da esperienze condivise, anche da teorie su cui avete riflettuto, ma avendo le chiavi sarebbe molto più facile per noi, e poi faccio una proposta, e cioè visto che materno e paterno sono due ruoli complessi… Gabriella1 E complementari… Eleana … E complementari. Chi di noi ne ha voglia ci spieghi che cosa ha in testa, perché io credo di avere in mente una cosa che è diversa da quella di Pina, di Laura, di tutte. Pina Al di là del ruolo del materno e del paterno come definizione, mi interessava chi di noi, ora, qui, agisce il materno e il paterno, e come lo agisce. Perché questo è il grosso problema in un gruppo: che regole mette, che cosa chiede, come contiene, che regole dà, come le impone, quanto è materno e quanto è paterno. Riesce ad essere l’uno e l’altro? Ciascuna di noi potrebbe… fai pure girare… (il registratore viene passato di mano dall’una all’altra e nessuna lo tiene, risate)
Gabriella1 Posso dire una cosa? Io mi sento – ma non so se lo sono – più paterna che materna, intendendo come materno la cura. Invece credo che ci sia del paterno in me, nell’indirizzare e contenere, nel voler fare il punto della situazione (sempre gira il registratore) Giovanna Se giochiamo al gioco della astrazione, all’interno del gruppo mi sento di essere più materna, non so come dire... più possibilista, più aperta a vari scenari, a vari orizzonti, non mi piace contenere, tenere Pina allora sei più paterna Giovanna non mi piace contenere… Gloria allora sei più paterna Gabriella Lunedei Il contenimento per noi è uterino, nell’utero contieni, e la mamma poi quello che fa è tenere insieme la famiglia… (Voci sovrapposte ... io ho dei modelli familiari un pochettino sfalzati ... una famiglia fortemente patologica ... condivisione generale e risate) Luciana2 Questo ci ha selezionate, forse, a suo tempo… Luciana1 Io ad esempio non avendo avuto modelli di famiglia, anche la mia è stata una famiglia molto patologica (di nuovo si ride), avendo un figlio, mi sento sia materna che paterna, cioè nel senso che mi sono trovata a farlo. Però molto dipende anche dalle relazioni che si hanno col partner. Poi come questo ruolo materno e paterno può anche riflettersi fuori dal nucleo familiare... Almeno, una volta il paterno nella società c’era, ora mi pare che non ci sia più, che manchi Luciana2 … scomparso Sì, il paterno è scomparso e del materno ci si vergogna, credo. Eleana Nel gioco che stiamo facendo io mi sento totalmente materna, proprio di paterno non ho niente. Ho provato a cercarlo per vedere se riesco… Paterno per te è… Eleana Per me è rigidità Giovanna Ah, ecco Eleana Struttura, direzione, obblighi. E invece nella società con la scomparsa del paterno e del materno, secondo me c’è un forte avanzamento del paternalistico in tutti i rapporti, specialmente lavorativi. Luciana2 Ma nel senso di manipolatorio? Eleana Nel senso di manipolatorio, di seduttivo, per ottenere maggiori obiettivi. Livia C’è il rischio di sostituzione di quello che non riesce ad essere giusto e buono (autorevole) con una serie di altre modalità per esercitare il controllo che vanno dalla manipolazione alla seduzione, al paternalismo: tutte modalità perverse. Ma io credo che mentre tutte noi abbiamo abbastanza presente quali sono le degenerazioni del paterno (il non esprimere i sentimenti, la rigidità), abbiamo rimosso le degenerazione del materno Luciana1… Che ci sono Livia Che ci sono alla grande, ma che non ci vengono in mente, ad esempio: l’onnipotenza e la manipolazione. Credo che ci siano, qua, nel parlare, e ci siano state anche nel femminismo. Luciana1 Il materno transita quotidianamente nella struttura della famiglia, il materno contiene, trattiene, gestisce la famiglia, le relazioni all’interno tra uomo e donna: molti matrimoni o convivenze reggono proprio su questo materno. Rina Onnipotenza maschile: il maschio in sé si sentiva onnipotente, o la donna di allora lo faceva sentire tale, ciò che diceva un uomo non era messo in discussone, parlo di anni fa, prima del femminismo: veniva il padre a casa, arrivava dal lavoro… Giovanna Qui ha girato una battuta sulle famiglie patologiche, ma cosa si intende? Soprattutto cosa si intende invece per famiglia non patologica… Livia Mi veniva da pensare che nelle cose che avete raccontato c’erano famiglie dove il paterno… ce lo possiamo scordare! Rina Ma cosa intendiamo come paterno? Il padre era la “figura” del padre, che se facevi qualcosa la madre diceva: “quando arriva papà a casa stasera glielo dico”. E quando arrivava papà a casa che aveva lavorato tutto il giorno, si giocava tranquilli perché si diceva “papà deve riposare”. Mio padre c’era come fisico, ma non comandava niente, però mia madre attribuiva a mio padre “il potere” di quelle cose, poi le faceva lei, però “era papà”. Allora io avevo una famiglia normale? Io avevo il padre. Pina Allora, tu avevi una famiglia normale. Rina Io avevo il padre. (tutto sullo sfondo di commenti, interventi, risate)
Paola Pensavo a questa cosa, se una si sente materna o paterna… Io materna? ... Uhm. (risate) Però in realtà cosa faccio? Faccio delle cose materne: scrivo le mail, faccio il cane pastore. Non so se il cane pastore è materno… (voci: è materno! Risate) Giovanna Io ti sento profondamente materna… Paola Però contemporaneamente sono anche abbastanza direttiva. Sicuramente non ho avuto un buon rapporto con la maternità, tanto che non ho fatto figli, per dirne una… Luciana2 … A caso Paola … A caso, un dettaglio. Quindi, cosa voglio dire? Paterno e materno… non lo so, è come se avessi in mente, come idea, una miscela di queste due cose, anche dentro di me, in modo molto vago e confuso, senza aver fatto né l’uno né l’altro, perché per certi versi mi sento più paterna, più direttiva: se c’è una cosa da fare allora si fa, e bisogna farla in quei tempi, organizzata. Contemporaneamente però sono anche quella che scrive le lettere, che cura che il rapporto con quell’amico ci sia… tesso questi fili di relazione. E quindi mi sembra di essere integrata. Ma chi lo sa. Giovanna Io sono confusa anche dal fatto di essere madre, e rispetto per esempio al femminismo… ecco, di questa cosa l’altra volta non ne avevo parlato… però adesso mi viene in mente e ne parlo. Rispetto all’essere madre mi ritrovo in dei momenti in cui faccio molta fatica a “rivendicare i miei spazi”… quando si tratta dei bambini, devo coprire tutti i livelli, cioè parare assolutamente tutto. E allora dico, ma perché io devo coprire tutti i livelli? Secondo me ci portiamo dietro questa storia della educazione cattolica. Pina Beh, in questo momento ho capito perché la mia "perversione" è così potente e non ne esco. Mi hai fatto venire in mente il bellissimo libro della Accati (http://www.allbookstores.com/author/Luisa_Accati.html), “Il mostro e la bella”. Siccome in fondo l’unica madre che io ho avuto, anzi, padre e madre, è la chiesa cattolica, io sono questo: sono il prete senza il cazzo, e la madre con il cazzo: è la perversione. Luciana2 Lei la chiama integrazione… (risate) Luisa Stavo pensando a questa cosa del materno e del paterno e… io credo di avere avuto una famiglia normale (Coro di voci: oh!) Luisa Però c’era un aspetto che qui non avete detto e che invece per me è stato una cosa… difficile, ed è l’aspetto della paura. Di mio padre. Che peraltro non è stato un uomo violento, almeno, per come l’ho visto io. Però io avevo paura di mio padre. Era mia madre che me la trasmetteva. Poi però nella mia vita, nei confronti di mio figlio, credo di essere stata materna e paterna, tutte e due, perché ho sempre pensato di dover sostituire delle cose di mio marito che non era in grado di fare (secondo me). Qui cadiamo nel discorso della onnipotenza… ma spesso ho pensato di essermi andata a cercare un marito che era come mio padre, come dire: dalla padella alla brace… Gabriella1 Pensa che io ho preso un marito che sembrava mia madre… Voce Anche mio marito sembra mia madre… Luciana2 E’ più frequente … Luisa E’ più frequente questo? Luciana2 Mah, secondo me sì, ma solo annusando… Luisa Perché in effetti per mia madre devo dire che avevo una scarsa considerazione, può darsi che dipenda da questo. Però, sì, credo di aver fatto, di aver cercato di fare, l’uno e l’altro. In effetti poi è finita così: che mio figlio protegge mio marito. Cioè mio figlio considera mio padre… Ah! Eccolo qua, eccolo qua il lapsus! Ci siamo! (risate)… considera mio marito più debole, e quindi più da proteggere. Quindi non lo so se ho fatto il padre e la madre. Boh, non lo so…
Paola Mi chiedevo se questa integrazione materno paterna… anche tu hai detto: “faccio un po’ tutti e due”… mi chiedevo se non venga da tutto il lavoro di pensiero e politico che abbiamo fatto sul rapporto tra maschile e femminile. Immagino che ci sia una relazione tra questo pensiero e il fatto di non essere più chiuse nel ruolo materno, in questa modalità di rapporto, che non è solo il rapporto coi figli, ma col mondo circostante in senso lato. Tutte quante abbiamo fatto politica, e lì dovevi per forza fare delle cose “paterne”, perché sennò non portavi a casa la pelle. Si era detto anche l’altra volta, e anche adesso, che gli uomini hanno delle modalità di relazione costruite in tanto tempo, che funzionano… Pina …Modalità che comprendono anche la guerra… Paola … Che comprendono anche la guerra… Invece noi non abbiamo costruito delle modalità altrettanto forti ed esportabili, generalizzabili, per cui quando andiamo a finire nei luoghi del lavoro, della politica, siamo per forza dentro le modalità maschili, e a questo punto, per la sopravvivenza, le agiamo in modo anche più realista del re. Luciana2 No, su questo rivendico una differenza. Parlo per me. Dipende dai contesti di lavoro. Io ho avuto la possibilità, e l’ho sfruttata fino in fondo, di non essere assolutamente competitiva e di adottare le mie modalità. Gloria … Io non ho potuto Paola Sì, anche io nel sindacato mi sono tenuta fuori da certe modalità. Però si parlava di cosa succede oggi alle persone che hanno venti, venticinque, trenta anni. Livia Tornando al paterno, mi chiedevo che cosa possa significare il fatto che una madre faccia sia il materno che il paterno, cosa che credo sia oggi abbastanza diffusa. Pensavo al discorso di Fornari sui ruoli. Fornari dice: il ruolo paterno è separante, è anche il ruolo di chi separa la madre dal figlio, quindi di chi aiuta la madre ad uscire dal rapporto simbiotico col figlio, no? Allora io mi chiedo, nel momento in cui la madre tende a fare tutti e due i ruoli, non può esserci questa funzione separante... e allora mi chiedo che cosa succede… Luisa … Mio figlio è andato in Australia… (risate) Pina Siccome il ruolo che Fornari dà al padre è quello di difendere il bambino, soprattutto il bambino piccolo, dalla aggressività materna, cosa accade ad una donna se non esiste questo ruolo paterno? Per quello la chiamo perversione: se non c’è un ruolo paterno che difenda la madre dalla aggressività che ha verso il bambino e l’adolescente, si trova in una situazione… Laura …Di conflitto Paola … Se il padre non ti difende dalla aggressività materna è un casino nero… Laura … Se il padre non difende la figlia, o comunque la difende in via nascosta, non esplicita si genera il conflitto con la madre. Penso a quando un padre ti aiuta, ma in maniera nascosta, ma non lo fa apertamente, in pubblico, a confronto con la madre.
Luciana2 Tentiamo di tornare ad una dimensione sociale. Ho questa fantasia di questa nostra Italia… Berlusconi ne è, come dire, la faccia vistosa… in cui tutti sono riportati alla dimensione dell’adolescente che frega i genitori. Genitori peraltro assenti, e con la chiesa cattolica che fa la parte della madre che dà le regole, ma che nel frattempo accoglie tutte le infrazioni… Mi vien da piangere. Rina Qualche responsabilità le donne non ce l’hanno in questo? Non devi toccare il figlio, il figlio non ha mai torto, è sempre colpa degli altri… Voce … Si identificano nel bambino Luciana2 Si identificano nella madonna, non nel bambino Giovanna Io sono preoccupata perché, come vi dicevo prima, vivo questa immagine di madre che scende dall’alto, alla quale si richiede di essere presente in casa, di esserci. Se tu ci sei come madre, non ci sei più come persona, cioè le due cose, considerato i tempi che abbiamo, almeno per me, sono estremamente difficili da mettere insieme in una trama, perché se ci sono come persona, che magari sente il desiderio di scrivere, di andare a vedere un film, di fare una cosa per me medesima, a quel punto non ci sono più come madre. Luciana1 Ci sei sempre come persona, quando tu fai una torta la fai in un certo modo perché sei una certa persona… è una questione di gestione del tempo, si può fare benissimo, tu sei una persona quando tocchi il figlio, quando lo accarezzi, porti sempre le parti di te, a meno che non sia scissa… Livia Questi bambini di adesso, insopportabili, che non sono altro che il prolungamento della mamma, per cui se dici qualcosa a loro metti in crisi tutto, sono quelli venuti dopo ai bambini, e soprattutto alle bambine, che avevano una paura folle del padre, e questo aspetto del cambiamento è stato comunque positivo, perché i ruoli genitoriali nelle famiglie tradizionali erano basati sulla paura, sulla paura e sul fatto che lì sì che le femmine non contavano, la figlia femmina rispetto al figlio maschio non contava niente. Quindi da questo punto di vista mettere il bambino al centro è stato un vantaggio per i bambini, però io credo che mettere il bambino al centro in Italia dove il materno ha delle caratteristiche ancora peggiori… Luciana2 … Arcaiche… Livia … Arcaiche. Poi ci metti un contesto sociale dove la soddisfazione dei bisogni è prioritaria rispetto a qualunque altra cosa… è questo il mix infernale. Combatti contro una educazione dei bambini basata su una autorità che fa paura, ma lo fai mettendola da parte completamente, esagerando un po’, poi fai meno figli, per cui li curi troppo.
Gabriella1 Tu avevi detto che tra i tuoi pazienti trovi dei giovani che hanno un mondo molto ricco, ed è una curiosità mia… però vorrei capire che cosa hanno nella testa… Livia Ma ad esempio … ci sto pensando… non è che non abbiano cultura: non hanno la cultura della nostra generazione. La loro cultura è la musica. Cosa vuol dire questo? Ieri sera sono andata a una iniziativa: c’erano degli spezzoni del film di Woodstock e poi il dibattito. C’erano un sacco di ragazzini, eppure era una rievocazione di un qualcosa di antico, qualcosa di quaranta anni fa, e pure c’erano un sacco di ragazzi giovani, quelli che alle manifestazioni sull’aborto non c’erano… e lì, sì, c’erano, e c’erano anche con una curiosità per la storia della musica. Io non so questo che cosa significhi, è qualcosa con cui non riesco ad entrare in contatto perché non ne so niente, ma senz’altro è un aspetto che andrebbe considerato quando si pensa a quella generazione. Poi ce ne sono anche altri… Paola Torno al discorso di Giovanna sul fatto che, essendo madre, tu devi curare ogni singolo dettaglio. Se le donne si ritirano, a questo ritirarsi, a questo ricontrattare gli spazi e le responsabilità, dovrebbe corrispondere da parte dell’uomo l’assunzione del fatto che non ci sei. Ma se gli uomini non lo fanno cosa succede? Che si ritira A, si ritira B, e poi… Luciana2 Un po’ sul discorso di Livia, e un po’ anche sul tuo: forse è una impressione sbagliata, ma proprio rispetto alla musica mi sembra di vedere una passività totale. Nel senso che poi questi ragazzini, in maggioranza, non suonano. Livia Ma anche noi consumavamo romanzi su romanzi, libri (che non scrivevamo) Luciana2 Si, però mi pareva che circolasse di più l’idea che si potesse fare, ma forse mi sbaglio. Non so, questo discorso della passività… anche lei lo dice: assumersi il complesso delle cose da fare… ci vuole un momento di attività, invece sembrano separati… Livia Io non lo so. Ci sto pensando e non so cosa ne caverò. Però mi sembra che aspetti come questo della musica, e anche quello di una ricchezza emozionale molto grande, con una capacità che noi a quella età non avevamo di distinguere le emozioni, sono tutte cose che corrispondono al loro smettere di andare a scuola: infatti vengono da me perché ci sono dei problemi, non per raccontare i fatti loro. Quindi c’è da parte loro una assoluta passività nel mettersi in gioco. Questo sì che mi sembra sia un problema, perché a tutta questa ricchezza non corrisponde la capacità di utilizzarla nel mondo, no? Luciana2 Direi, anche di esprimerla… Livia … E di esprimerla, ma anche perché esprimerla vuole dire mettersi a contatto con la possibilità della frustrazione e del fallimento, e con il rischio della vergogna. Cioè in realtà non fanno tutta una serie di cose perché si vergognano… Non si sentono in colpa verso un adulto o una autorità… si vergognano nei confronti dei coetanei. E quindi, piuttosto che mettersi in gioco, non fanno niente. E’ vero quindi che non si mettono in gioco, e che quindi sono passivi, ma è proprio come se ci fosse una chiusura tra delle cose che dentro ci sono, e che sono anche ricche e più articolate rispetto alle nostre, e quello che è il sociale.
Bisogna andare a fare la pappa Le domande fatte in questa ultima tornata sono entrate in circolo, dai significati delle parole, a che cosa è il mondo oggi… Noi per meno non ci mettiamo!
Livia "Crocevia di donne", proposto da Pina, dà l’idea che possano interagire solo le donne, e che una vada solo un po’ lì a vedere... Voci Testimone di donne ….? Gloria Generazioni di donne… Luciana1 Generazioni di donne. E' aperto. Giovanna E il nome di una donna che ci rappresenti? Luciana1 Generazioni di donne a me sta bene Giovanna Perché non recuperare la parola compagne? Pina Non sappiamo cosa vuole dire Laura E' troppo partitico; per una giovane è comunismo. Quando io ho conosciuto il sindacato per la prima volta nelle telecomunicazioni tutte si chiamavano compagna, e mi sembrava… Rina Ora si dice il mio compagno, la mia compagna: tutti comunisti? (risate) Luciana1 Quando ero iscritta al PCI si diceva: compagni e compagne all’inizio del discorso, poi nessuno ti chiamava più compagna… Luisa Vorrei vedere un po’ seriamente questa cosa di generazioni di donne: è una apertura sul passato e sul futuro Rina Generazioni di donne non mi dispiace Pina E' un po’ biblico Sovrapposizioni di voci E va bè, qualsiasi cosa non è perfetta! Pina No, no, no: va bene! Paola Bisogna andare a vedere se è un nome già usato in internet. Rina Possiamo vedere per tutti e due i nomi... Luisa Io sceglierei. La cosa che sia aperto solo alle donne c’è in tutti e due i titoli… Paola Non "aperto": che si rivolge… Luisa Sì, che si rivolge… ma questa cosa mi sembra un po’ inevitabile Paola Nella esplicitazione del sito lo possiamo dire. Nella caselletta “La stanza dell’ospite” possiamo dire chiaramente che siamo interessate alla interazione col mondo tutto. Livia “Generazioni di donne” da questo punto di vista è meno escludente… perché "crocevia di donne" è il posto dove vanno solo le donne, mentre "generazioni di donne" è l’argomento di cui tutti possono parlare Paola Del resto qui siamo solo donne, ma quello che diciamo lo rendiamo disponibile all’universo mondo. Allora: andiamo con generazioni di donne? Voci generazioni di donne … … generazioni di donne ....... generazioni di donne …. generazioni di donne
Si torna alla discussione. Allora eravamo... Paola Eravamo sul materno / paterno e sul testimone Gloria Sul testimone. La mancanza del padre Rina Sul testimone come? Paola Cosa voleva dire passare il testimone. Appunto, cosa vuole dire passare il testimone? Luciana1 Come diceva Luciana non si possono passare le esperienze Ma il metodo Paola Ma il metodo. … No: lei aveva detto “le competenze”. Rina Però bisogna capire se questo riguarda il tramandare di madre in figlia, o quello che hai acquisito durante la vita e pensi di poterlo passare agli altri Paola Il passaggio di testimone lo vedrei in termini politici Rina Però parliamo delle tue esperienze che metti a disposizione degli altri Paola Le esperienze no perché dice Luciana non sono trasmissibili Luciana2 Se non dopo che le hai ristrutturate facendole diventare delle competenze.Quindi un metodo Rina Per competenza intendi dire… Luciana2 Una modalità di intervenire Rina Cioè, cerco di capire, perché non capisco: la mia esperienza di vita adesso per passarla agli altri si deve tramutare … ecco non capisco questo passaggio Luciana2 La competenza è che tu sai le modalità per ottenere un certo risultato intervenendo in una determinata situazione. Rina Sì, ho capito: io non posso dire la mia esperienza di come ho fatto questo bicchiere, però ti posso dire… Luciana2 Sì, invece: come l’ho fatto sì, è una competenza. Però perché l’hai fatto, in che circostanze ti sei trovata, con quali persone, come hai individuato quelle persone… può essere detto, ovviamente, ma l’altro lo riceve come una sorta di informazione Rina E’ difficile però Luciana2 Ma no, si fa normalmente, ad esempio nel lavoro. Rina Sì, ma la mia esperienza di vita è fatta anche di emozioni, allora a volte pensare di poter trasmettere le tue emozioni… Luciana2 Le puoi comunicare verbalmente Luciana1 Però non sono vissute Rina però mi pare... "mi par" eh, che questa cosa delle emozioni sia più importante di come si fa a fare il bicchiere. Perché forse come si fa il bicchiere può essere anche un altro a dirlo, ma la mia emozione personale è la mia. Luciana2 Ho i miei dubbi che te lo possa insegnare un altro Rina A fare un bicchiere sì Luciana1 Ma qui stiamo parlando di alcune esperienze della vita che riguardano il politico, il privato e anche il femminismo nella politica, stiamo parlando della cultura, della trasformazione Rina Si, ma perché siamo arrivate a sederci qua dopo venti anni, che alcune forse non si vedevano nemmeno, perché ci siamo ritrovate secondo te qui come se fosse stato ieri, come se non fossero passati venti anni? Pina Beh, insomma… Luciana2 Però potrebbe finire qui, o anche ripetersi, ma senza avere alcuna speranza o intenzione di produrre qualche cosa, mentre una piccola speranza che succeda qualcos’altro in conseguenza… Rina Mi rendo conto che tu hai ragione, però faccio fatica a… Faccio fatica. Luciana1 La competenza cosa significa? E’ una modalità per cui tendi a informarti, a farti delle domande. Riuscire a dire ad esempio: farmi delle domande mi è stato molto utile. Dopodiché novanta su cento alzeranno le spalle, ma può darsi che dieci… Però il problema è: chi deve ricevere deve avere assolutamente certe caratteristiche? Questo non lo so. Allora il problema che poneva lei di come si costruisce la identità oggi diventa decisivo. Anche se hai la “competenza” da trasmettere non è che ti metti a parlare nel deserto. Tendenzialmente miri ad un certo interlocutore, non a chiunque. Oppure puoi anche decidere che miri a chiunque, allora è un’altra cosa, scrivi, fai dei saggi. Non è che abbiamo molto chiaro poi che cosa ci piacerebbe che succedesse. Livia In una occasione mi sono trovata a raccontare delle esperienze, di fronte a un gruppo di persone giovani molto… sì, molto ignoranti, nel senso che non avevano la minima idea di niente, ad esempio che in anni passati si facessero nella scuola anche cose migliori di quelle che si fanno adesso. Lì c’era anche un reale interesse a sentire il racconto di una esperienza. Mi sono stupita che fosse il racconto, anche il racconto di esperienze personali, che suscitava interesse, poi ciascuno se ne farà l’uso che vuole, però a parte quella occasione a me non capita mai di trovarmi di fronte a delle persone di quella fascia di età a cui raccontare… Paola Ad esempio Anna sta facendo la specializzazione a Bologna, e ha chiesto di presentare la sua tesi sulle 150 ore delle donne ai ragazzi della Università, e mi ha detto che c’è stato uno stupore gigante perché nessuno immaginava che fossero successe cose di quel tipo, con quel metodo, e quindi: st upore, un grande interesse. Anche lì c’è stato un racconto. Tu dici: dove si può raccontare? Lì lei è stata questo tramite. Un metodo si può passare Luciana2 Forse… Paola Forse. Noi qui cosa stiamo facendo, noi stiamo usando… Luciana2 Ma oggi non possiamo riproporre i piccoli gruppi di autocoscienza Paola No, non ci si pensa neanche, certo. Noi qui non è che stiamo facendo un piccolo gruppo di autocoscienza, qui stiamo facendo un’ altra cosa, che però deriva da quella cosa Luciana2 Non è una freccia lineare Paola Non è una freccia lineare, però c’è un tragitto che da lì porta a qua Luciana1 Difficile che una freccia non sia lineare… Luisa Però è stata una bella immagine
Luciana2 Ma noi abbiamo una idea di come si costruisce la identità di una donna giovane oggi? Io no. Voci varie No… No.... No.….Credo proprio di no. Luciana2Allora può essere utile comunicare grosso modo come si è formata la nostra. E’ rischioso, perché una ti può dire: ma la mia è tutta diversa… scusate, io ho solo dubbi. Giovanna Secondo me è importante capire come si è formata la vostra, perché nel momento in cui crei un luogo in cui metti delle idee… Luciana2 Tu sei interessata, ma sei già qui, io stavo pensando all’impatto con persone… Giovanna Io non lo so cosa fanno le altre donne quando sono davanti al computer, magari invece sono interessate, vanno su Wikipedia, vanno a cercare la legge sull’aborto… non dobbiamo pensare di recuperare l’universo mondo femminile, recuperiamo quelle quattro o cinque donne che magari hanno desiderio di conoscere un po’ di questa storia che altrimenti non verrebbe trasmessa. Tornando alle parole di cui parlava prima Pina: creare un luogo dove mettiamo parole che hanno avuto un valore politico e proviamo a raccontarle: in una parola potrebbe esserci la tua storia, il tuo pensiero, una data… per me è stato utile avere una enciclopedia delle donne (Link) che andava dal 1900 al 2000, e in ogni pagina c’era un anno: da una parte c’era la storia generale, e dall’altra c’era la storia delle donne. A livello locale si potrebbe recuperare questo lavoro. E’ una risorsa: non è come leggere una tesi intera di cento pagine, è avere una traccia di quello che è accaduto. Le donne che ci capiteranno avranno un luogo in più. Paola C’è una differenza. C’è un piano che è quello della conoscenza di quello che è stato, quindi passare dal fatto di non saperne nulla allo: “Oh! Sono successe queste cose”. Che può essere quello delle ragazze che hanno sentito la tesi di Anna. E questo è un piano: ad un certo punto sai che c’è stata, che ne so, la FLM, sai che ci sono state le Brigate Rosse, sai che ci sono state delle cose che prima non sapevi.L’altra cosa, l’altro piano, è in che modo si possono creare dei luoghi in cui tu crei dei pensieri e delle azioni oggi. Io posso benissimo avere scoperto che ci sono state le centocinquanta ore, questa cosa mi informa di questo fatto, è interessante, dopodiché continuo a fare quello che facevo prima, non cambia nulla. Nel passaggio del testimone, oltre o più che il passaggio della conoscenza di quello che è stato, quello che mi interessa è l’interrogativo di come oggi le donne possono ricostruire un pensiero sul mondo che ci circonda. Luciana2 Però io vorrei sottolineare che negli esempi fatti prima c’era un rapporto diretto con delle persone presenti, allora lì il fascino di una certa esperienza, e anche il modo con cui la racconti, che testimonia che è viva, è decisiva, coinvolge, e allora lì sì che l’emotivo passa, è un elemento presente, non riguarda il passato. Quando tu scrivi… Paola La cosa è diversa. Anche se guardi un sito. Luciana2 Si, pensavo a quello. E allora in qualche modo bisognerebbe riuscire a dire: vi facciamo l’elenco delle cose che per noi sono state importanti…: abbiamo fatto questo, abbiamo ottenuto certi risultati… Dove porti però questa cosa non ne ho proprio idea. Uno potrebbe decidere che si cercano tutte le occasioni possibili (e io dico subito di no!) per andare a raccontare in giro personalmente in situazioni non casuali queste cose. Però, non me la sento di proporlo!
Laura Quello che penso io è che sono entrata in questo circolo, e se non fosse stato per Paola non sarei mai entrata, perché la mia storia di ventenne era: discoteca, mi divertivo, punto e stop. Sebbene però legga molto. Ma comunque io non sarei mai andata a cercare su internet una cosa del genere, e come me ci sono tante persone che sarebbero interessate a sapere, e forse questa consapevolezza potrebbe veramente, non dico cambiare la vita, ma renderle diverse, migliori… E’ un messaggio positivo che è più importante per chi non ne sa niente piuttosto che per chi sta alla università e comunque troverà queste cose navigando su internet. La ragazza che passa per strada magari non andrà mai a cercare le donne su internet, e siccome i luoghi scarseggiano, come proponeva Luciana giustamente di approfittare di tutti i luoghi… Luciana2 No! Io non lo proponevo! (risate), io ipotizzavo soltanto… Laura Luisa e Paola lo sanno, io già da quando era uscita la cosa di ragazze di fabbrica ho avuto momenti di furore, e dicevo questa cosa della evangelizzazione… risate... siamo cadute tutte in questo! Pina Ti stai facendo una competenza, e passare il testimone vuol dire anche questo. Ecco, lavorando con noi assumi delle cose, le digerisci e le porti in un altro luogo, sia individualmente, sia su internet, sia in gruppo. La competenza ce se la fa in questo modo; quella nostra aveva una temperie, la tua un’altra…. No, non volevo catechizzarti, solo pensavo a cosa voleva dire “competenza”: è qualcosa che si impara facendo, anche tu magari scriverai, comunicherai, e le giovani… Laura Ma l’idea del sito va bene, però ci deve essere la raccolta di tutte le esperienze, ci deve essere anche il livello piccolo, parlare, mettersi in luoghi che un tempo... magari adesso non ci sono più, i punti di ritrovo, i circoli... Giovanna Bisogna ascoltarlo bene quello che sta dicendo, sono i bisogni della parte più giovane di questo gruppo che ci sta dicendo che bisogna presidiare il territorio, che non bisogna stare solo qua Laura Noi ci vediamo qua, parliamo, e ok. Però non basta che ci vediamo solo qua, deve essere diffusione, capillare, cioè: quelli lì hanno la televisione? Noi cosa abbiamo? Il passaparola, la presenza come dice lei in ogni posto, può essere lo Zenzero, può essere il Punto G con quelli un po’ sfasati (risate)… per esempio ci sono diversi posti sociali, si va in tutti! Come quando devi trovare lavoro, che mandi il curriculum a tutti. Livia Io ci andrei anche, ma dovremmo riuscire a non fare come fanno i partigiani (risate, molte risate)… abbiamo tutte la memoria di questi partigiani raccontanti… Voci varie …Terribili Livia Perché c’è il rischio che più una vicenda si racconta e più diviene una agiografia Paola Esatto, fossilizzata Livia Bisogna renderla più attuale Una guerra di liberazione lo consente di più, ma raccontare una società in trasformazione, il rapporto con le donne, lo consente di meno. Invece si può riuscire a fare un racconto attraverso testimonianze, ma presentandole anche in tutta la criticità della esperienza… è anche quello che diventa interessante, perché io ho visto che quando ho parlato in quell’incontro dove c’erano donne (in maggioranza) e uomini, ragazze e ragazzi, in realtà quello che ha dato la possibilità di intervenire sono state le cose che ho detto sui limiti di esperienza, non tanto sulle esperienze stesse, ma proprio sulle cose non fatte, sulle cose non viste: questo ha dato la possibilità di entrare, altrimenti si rischia di fare… Paola …I reduci Livia …I reduci della resistenza, no! Luciana 1 Io invece ero stata alla riunione di un gruppo di donne della università di Balbi che si chiama… Gagarin. Volevano parlare delle donne, dei problemi delle donne, però avevano un approccio…"Per informarci dobbiamo pendere dei libri, dobbiamo cercare dei testi". Punto. Paola Perché non sapevano da dove partire. Allora pensavo: Anna fa una tesi, ed è andata a parlare di queste cose con delle persone sue coetanee. Questo va bene. Poi ci sono queste altre del Gagarin, e lì può essere un punto con cui si può stabilire una relazione e dire loro: voi andate a cercare il libro e fate la cosa didattica, scolastica, di ricerca d’archivio, sul femminismo, su che cosa è. Invece, se avete voglia, un giorno parliamoci, sentiamo che domande avete… Non andare lì a raccontargli la rava e la fava. Pina Deve esserci una domanda Paola Deve esserci una domanda. C’è stata la domanda delle ragazze che hanno fatto le tesi, che a un certo punto hanno detto: “Ah, veniteci un po’ a dire… vengo a parlare con te, mi leggo quella cosa, e allora mi chiedo…”. Così c’è una interazione. Da quando noi abbiamo fatto l’archivio, e ci siamo per un po’ travagliate sul fatto: lo presentiamo? A chi lo presentiamo? Cosa diciamo quando lo presentiamo? Da quel momento, passato già da qualche anno, sono più ottimista, nel senso che in questo periodo… Pina …Ci sono state delle domande. Paola Ci sono state delle domande, che sono qui nel gruppo, che sono le tesi, che sono quelle del Gagarin. Quindi una possibilità di interazione c’è. Non c’è stata con le donne del sindacato questa domanda. Pazienza, vuole dire che lì non c’è niente da fare. Però le domande le hanno fatte le ragazze dell’apparato tecnico del sindacato, che hanno voluto venire a vedere la mostra. Pina Ecco, ecco. La competenza è essere attenti a ciò che accade in giro, trovare, trovare in un discorso qualunque, una domanda che riguarda ciò a cui tu puoi rispondere, e allora ti ci attacchi. Ma sei tu che devi essere attenta a vederla, perché chissà quante domande vengono fatte di questo tipo, e se non sei attenta non le vedi, non le senti.
Laura La domanda c’è. Per le persone come me, o lei, giovani in un momento lavorativo in cui ci sono le agenzie interinali, non c’è il sindacato, che io sia uno studente di scienze politiche, medicina, farmacia, lettere, o una che ha la terza media ed è uscita a fare la parrucchiera, ho comunque dei problemi a trovare lavoro, problemi perché mi mangiano in testa, problemi perché ci sono diritti che non vengono rispettati, perché il sindacato che c’è poco. Questa è la domanda. Queste donne, questi uomini, questi giovani che non sanno più niente, non sanno dove stanno. Luciana2 L’impressione è che tu chieda troppo… e poi non funziona. Noi ci abbiamo messo anni, questa per me è competenza, a renderci conto che quando leggevamo determinati libri o articoli, spesso non ci ricordavamo neanche l’autrice, c’era un rapporto totalmente vorace come con una madre da parte di un neonato. Allora, ha un senso che io di fronte ad una persona che trasmette grossomodo queste domande le dica subito: “guarda che tu stai usandomi come se io fossi appunto una tetta che soddisfa i tuoi bisogni”? Probabilmente no, perché mi prende per matta, però io mi rifiuto di mettermi in quella situazione, perché è malsana, è controproducente. Il problema è come fare a trasmettere alcune cose che abbiamo imparato, facendone un bilancio. Allora torno discorso di Eleana sulla identità: io oggi ho una idea di come si forma la identità di una donna, di un giovane? Loro hanno una idea di come si sono formate le loro identità, ammesso che si siano formate? Questo è l’interrogativo, perché io posso andare a dire qualcosa di utile solo se ho una idea. Livia diceva prima che sono state soprattutto le riflessioni sui limiti della esperienza che hanno messo in moto la comunicazione, ma come mai? Io non riesco a capirlo, forse ci si potrebbe riflettere. Livia Si sono riconosciuti più in qualcosa che non è stato che in qualcosa che è stato, cioè si sono riconosciuti più figli e figlie dei limiti che non dei successi… Luciana2 Eh, però questa è una stronzata Livia Forse perché il limite apre delle possibilità di andare avanti Paola Cioè non blocca Livia… Non blocca Paola E' una strada in divenire Livia E' una strada che potrebbe essere percorsa da qualcun altro Luisa Sì, se io avessi fatto delle cose meravigliose, se avessi vinto su ogni fronte, a loro non restava più niente. Essendoci dei limiti… adesso arriviamo noi! Poi il limite si sposta. Paola Tornando alle cose che dicevi tu: non è che noi possiamo pensare che in questa trasmissione del testimone, sia il testimone universale del: la lotta del lavoro, la lotta operaia, i diritti, la politica… no, calma, fermi! Sovrapposizioni, voci Paola Qui abbiamo delle domande che riguardano il particolare modo, il particolare luogo nel pensiero di oggi, di cui possiamo occuparci essendo donne che hanno fatto una esperienza che ne hanno incrociato delle altre, e siamo qua. Quindi, ritorniamo alla partenza… la particolarità del tentativo è quella di dedicare delle ore, dei momenti, a un pensiero. Poi come questa cosa sia socializzabile… internet è un modo, e non è l’unico.
Eleana Una cosa che ho notato in molte di voi è che mi avete detto separatamente “meno male che non sono giovane adesso”. Molte, molte di voi! (risate) Gabriella1 E’ una cosa che inquieta… Eleana Sì, anche perché non sono nemmeno molto giovane, da dire: ah! tutta questa speranza… ho venti anni, ho tutto il futuro davanti, sono propositiva… Sulla identità mi è venuto in mente che è tremendo costruirla adesso, perché: come l’hanno costruita i miei genitori o comunque le persone prima di me? Attraverso il loro ruolo nel lavoro e attraverso il proprio ruolo nella famiglia, o nei confronti di un partner. Adesso nel lavoro è praticamente impossibile costruirsi una identità, e nella famiglia… non so, penso che ogni caso sia diverso, adesso soprattutto. Bisognerebbe trovare una identità al di fuori, perché altrimenti l’autostima precipita, e la donna non si ricorda più che cosa è, dove va, e chi è. E’ una cosa frantumata. Esiste una identità al di fuori del lavoro? mi ricordo una frase in cui mi sembra che lei dicesse, che bisogna essere se stessi indipendentemente dalle cose terribili che ci succedono. Eh, forse è questo. Come? Quale è la strada? Il metodo? Avete dei suggerimenti? Luciana2 Io non ci credo, cosa vuol dire? Mi pare senza senso. Tu sei le cose che fai, con l’aggiunta di un tentativo di consapevolezza… se ci riesci. Livia Pensavo a Remotti (http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Remotti), che è un antropologo, che fa un discorso (anche non recentissimo) proprio sulla identità come costruzione difensiva, e quindi anche sul buono che c’è nell’avere una identità meno rigida, sulla possibilità di apertura. Penso anche a tutto un discorso psicanalitico, che rivaluta molto l’aspetto non patologico della dimensione schizoide: cioè, non la dimensione schizoide della schizofrenia, ma la parte schizoide che c’è in ciascuno di noi. Secondo me è una moda, però un minimo di elementi di riflessione ci sono anche in questo dibattito che si rifà a come cambia l’identità quando siamo a contatto con realtà di persone che si costruiscono l’identità su valori molto diversi dai nostri. Quindi avere una identità più fluida è anche l’unico modo che abbiamo per interagire, per esempio, con tutte le diversità con cui siamo a contatto. Pina Sì, sì, d’accordissimo su questa cosa. Mentre lei parlava pensavo ai giovani, ai bambini che hanno fatto la guerra o che vivono la guerra, a come si costruiscono l’identità: anche nelle situazioni più difficili il bambino assorbe quello che c’è, reagisce a questo, e così si costruisce una identità… ecco, non c'è una regola, per cui ora dobbiamo aiutare tutti a costruirsi una identità, mi comprendi? Luciana2 Questa società è frantumata ma fortissima. Noi avevamo una idea più precisa degli aspetti sociali … oggi questo elemento manca molto, parrebbe, o almeno io non riesco a riconoscerlo.
Paola Quando nel 1972 sono arrivata in fabbrica venendo dalla università ho detto: sono entrata in un luogo strutturato, sono entrata in un luogo in cui si capisce che cosa vuole dire lavorare… Luciana2 … Le aspettative erano chiare Paola le aspettative erano chiare, e il mondo circostante “era”. Dopo di che c’è stato l’incontro con le donne e il fatto di dire: la mia identità non è soltanto il lavoro… andiamo a vedere dove sono, come interagisco con questo mondo. Insomma, il lavoro, il sindacato, la professionalità erano tutti degli oggetti che… esistevano. Noi ci siamo fatte tutta una nostra strada per avere una identità nostra, che fosse autonoma, che entrasse in dialettica e in conflitto con tutto questo, ok. Loro dicono: ma adesso? Tu vai in un mondo del lavoro che strutturato non è, o che è strutturato secondo delle regole come quelle dell’episodio del pianto… e ci vai in che modo? Mi ricordo Luciana nel racconto che abbiamo messo nella mostra “Ragazze di fabbrica", l’operaio della cgil che le raccontava, che le ha fatto capire. Tutte quante abbiamo avuto qualcuno che ci ha raccontato, quello che era lì da più tempo e ti diceva: “senti, vieni qua, ti iscrivi al sindacato, è così, è cosà…”. La storia era quella. Luciana2 … Il ruolo paterno… Paola Il ruolo paterno esisteva, c’erano tutti questi papà che giravano. Adesso loro non hanno un tubo di nessuno. A parte il fatto che continuano a girare come trottole da un punto all’altro, per cui non riescono neanche ad interagire per un tempo abbastanza lungo con qualunque altro essere umano di qualunque natura. Livia Non vedo proprio questa differenza così grande, in realtà. Per tutte in realtà l’identità è un passaggio, dove ci porteremo qualcosa dietro, non so cosa, ma qualcosa di abbastanza stabile. Anche noi l’identità ce la siamo costruita in relazione alle situazioni in cui siamo state. Pina Io di sicuro non posso identificarmi in lei, mi riconosco molto più in loro (le giovani), perché per me andare all’Ansaldo… non riuscivo neanche ad immaginare di poterci vivere. Va bene, sono sopravvissuta perché l’Ansaldo è stato così bravo, ho dovuto riconoscerlo, mi ha fatto sopravvivere, fisicamente, e poi per una infinità di ragioni di situazione storica favorevole… Paola E' la situazione storica favorevole, loro dicono, che noi non abbiamo, è questo il punto. Dove nella “situazione storica favorevole” ci metti un complesso di cose. Noi siamo in una situazione storica destrutturata … Gabriella1 Solo il fatto che appena uscite dalla scuola potevamo lavorare era una grande cosa… Livia Beh, io ho fatto il precariato più vario per parecchi anni Luciana2 Io l’ho fatto tanti anni Gabriella1 … Nella scuola però Livia Non solo nella scuola Paola … Però non a vendere caffè nei supermercati… Gabriella1 Era una cosa che si avvicinava comunque al titolo di studio … cosa hai fatto comunque? Sono curiosa Livia Ho venduto scarpe nel negozio di mia nonna, ho venduto enciclopedie … eh, ne ho fatte Luciana1 Era una cosa in famiglia, è diverso Livia Le enciclopedie no Luciana1 Eh, nelle enciclopedie ci sono passati molti laureti Livia No, non voglio dire che la situazione sia eguale ad allora
Giovanna Mi sembra che ci siano due livelli di conversazione diversi, è come se loro chiedessero dell’acqua, e noi gli dessimo una torta di fragole. A parte che io sono in questo stato d’animo che non sono né loro né voi… voi dite io: possiamo avere un livello di visibilità maggiore, una presenza maggiore, se esiste una domanda Paola Non un livello di presenza, ma una possibilità di comunicare Giovanna … Di comunicare… ma loro dicono che la domanda c’è eccome, c’è già, ed è … come se non ci fosse l’incontro tra la sua urgenza e il resto del gruppo. O no? Laura Forse io sono molto o bianco o nero… non bianco e nero, però prendo le cose molto di petto. Non sono a casa mia, sono in un ambito più alto, più elevato, e allora dico di cosa sento la necessità. Secondo me certa gente ha bisogno, senza neanche sapere che ha bisogno di quella cosa lì. Riguardo alla identità: non penso di avere ben chiaro cosa farò nella vita, però quel che sono è qualcosa che si è distaccato dal lavoro, io “sono” a prescindere se lavoro alla Bottega Verde, o se faccio le 150 ore alla Università, oppure se vado… forse stasera faccio la cameriera per un matrimonio. Mi sento distaccata da quello che poi faccio. Lo faccio perché è indipendenza, perché mi piace lavorare, a prescindere da cosa sia. Mi piacerebbe fare qualcosa di più affine, ma se lo farò oppure no, sarà lo stesso, non morirò per questo. E poi dal punto di vista della famiglia, se avrò o no un compagno: quello che sono io è più forte. La crisi si rispecchia di più nella mia fame di qualcosa, nella mia vita penso di avere degli ideali, sindacali, politici, anche come donna, come lei, quando si parlava di quella ragazza che vedendo la sua collega piangere… purtroppo di dover accettare questa cosa di dover star zitta l’avevo sentita anche quando una sindacalista mi aveva detto che non dovevo prendere le cose così a cuore, che dovevo cercare di stare più zitta, anche perché i miei colleghi mi avrebbero appoggiato solo a parole nascosti dagli altri, ma mai davanti ai capi, e così è stato. Però… tornassi indietro di nuovo non starei zitta.
Pina Quando ero in fabbrica siccome non c’era nessuno con cui parlare, ridevo per conto mio come una pazza fuori di testa, infatti l’ho recitata bene tutta la vita la follia, e poi sono matta davvero. Eh, ho aspettato. Prima bussavo a una porta, e poi a un’altra porta, e poi a un’altra porta, insomma fino a quando sono arrivati loro, quelli che sono arrivati nel ’68, e allora: taci! Avevo aspettato dal 1952, e tutto quel tempo lì è stato una cosa indescrivibile, però ho aspettato, ecco, ho aspettato perché qualcuno mi ha dato da mangiare. Poi quando è arrivato il ’68 ho detto: taci, sono arrivati! Paola …I nostri Pina Sono arrivati i nostri, e mi sono infilata lì, ho fatto altre follie che non ti dico… Poi è chiaro che tu intanto costruisci questa famosa identità. Poi anche lì ci sono tutte le sconfitte, ma, nel frattempo, accadono cose anche positive che magari non ti aspetti. Poi fai un bilancio… Rina Tu ad esempio dici: io andando in Ansaldo mi sarei suicidata, io invece, io no, io andavo in reparto e mi sentivo bene Pina Ma va bene, ma certo… Rina Essere entrata in Ansaldo, avere un lavoro che… poi io sono entrata come operaia, qua credo di essere l’unica Paola C’è anche Luciana Rina Operaia con le mani nel compound non so se sapete, un catrame nero, che facevo che mettevo la mica, tutta così, fasciata dalla testa ai piedi, però io mi sentivo… ecco, l’identità, io ho trovato una identità, mi sono espressa nel lavoro, io sapevo che quello era un punto di partenza, sicuramente non sapevo dove sarei potuta arrivare, ma che avrei fatto di tutto per migliorare, cosa che ho fatto Luciana1 Io prima ho trovato una identità come persona… però nel lavoro ho capito che ero qualche cos’altro Rina Io lavoravo già, io a tredici anni. Finita la terza media, sono andata a lavorare perché i miei non potevano. Quindi quando sono andata in Ansaldo a sedici anni io lavoravo già da due, però facevo un laboratorio di cucito, sottogonne, gonne… Pina Vedi come eri “normale”? Venivi da una famiglia normale. Rina Tutto quello che facevi era di cercare di fare uno scalino, di farlo, perché l’importante è da dove parti, e l’importante è dove arrivi. Essere all’Ansaldo era: lavoro in un grande ambiente, conosco persone diverse, ho la possibilità di ampliare il mio raggio di sapere, di vedere, di conoscere, di … Luciana1 Io l’identità me la sono fatta prima con il lavoro, certo, come lavoratore, poi ho scoperto le condizioni di lavoro, lo sfruttamento, il ruolo del sindacato, il partito… però poi ho cominciato a guardare oltre e ho visto che come donna ero collocata in un’altra maniera, non avevo diritti, non avevo opportunità, c’erano contraddizioni tra lavoro e famiglia, insomma, ho scoperto tutto un altro mondo. Allora lì ho lavorato di più sulla identità Rina Certo, perché comunque a venti anni mi sono sposata, a ventuno ho avuto la figlia, a trenta anni ne avevo già degli altri, e poi è venuto fuori il femminismo e poi ho fatto tutta una battaglia per fare uscire fuori queste cose, ma è normale…
Pina E la guerra… Rina Io la guerra non l’ho vissuta, sono nata alla fine della guerra Voci: anche io… anche io… anche io… Pina Ecco, ora penso che questo sia importante. Io sono nata prima della guerra, perciò mi ricordo la guerra, anche se delle bombe io ne ho prese proprio poche perché ero sfollata, ma la guerra era il pane quotidiano, tra i contadini con cui vivevo era un mondo medioevale, ferocissimo, crudelissimo… e il bambino che cresce e ascolta cose che poi non si raccontano… Rina La guerra è stata durissima, ma il dopoguerra non è stato facile Pina Ma io l’ho fatto il dopoguerra. Il dopoguerra con tutti i reduci della guerra. E lì certo era un crogiuolo di esperienze, no? Eravamo i bambini che dopo la guerra hanno fatto le medie. Io mi ricordo che quando sono andata all’esame di ammissione hanno guardato quello che avevo portato dicendo: ma di dove viene questa qui? Infatti venivo da un paese della Lombardia in mezzo alle risaie… La cosiddetta normalità di cui lei parla, non so, è impensabile per la mia generazione. Perciò quando voi raccontate, non credo che il vostro “navigare” nelle acque tempestose di oggi sia così diverso. Lei mi dice: ma tu avevi… la chiesa cattolica… Ero obbedientissima, e appunto, folle. Gloria Ma eri in collegio? Pina No, no, però lì in questo paese la chiesa cattolica, l’oratorio... Paola ... Era quello che governava Pina A parte che avevo il nonno che era socialista, e perciò le contraddizioni... io pensavo con la mia testa, e sì che ubbidivo, ma perciò ero altro che dissociata! Perché avevo paura dell’inferno da morire, e sono arrivata al punto che siccome le monache mi avevano detto che il cinema è peccato, quando con la scuola ci hanno portato al cinema non ho aperto gli occhi. Queste cose oggi sono impensabili. Però io allora certo che non guardavo, ma avevo già deciso che avrei combattuto ferocemente. Non so che differenza ci sia di angoscia di navigare male, di annaspare con quello che mi dite voi. Luisa Questo discorso mi sta portando un po’ alla volta su un terreno molto particolare, di grande sofferenza, perché io ho lavorato e sapevo benissimo che era una cosa importante perché mi dava da vivere, venivamo da periodi molto neri, ma io ho sempre vissuto questa cosa… non ho pensato al suicidio, no, questo no, però l’ho sempre vissuta come un grande dolore, perché io non volevo fare quel tipo di cose; forse non sapevo che cosa volevo fare, però non le volevo fare assolutamente. Perciò io ho vissuto lavorando, ma sempre come una terribile costrizione, e so bene anche che in questo modo io mi sono sempre sentita con una identità molto divisa, non mi sono mai sentita “l’impiegata della Italsider”, cioè, ero lì, stavo lì, facevo quelle cose, ma ero un’altra cosa, non lo so che identità ho avuta Luciana2 Non era pacificata Luisa No, no, non era assolutamente pacificata Luciana2 … Per fortuna Luisa Sì, per fortuna, sicuramente. L’unico momento in cui ho trovato un’ancora è stato l’incontro con le donne. Pina No, scusa un momento, un attimo. Quando avevo quindici anni c’era uno che voleva farmi iscrivere al partito comunista, forse per qualche mese è riuscito a iscrivermi, perciò studiare la questione politica quando avevo quattordici o quindici anni era la cosa che semmai mi dava identità. Ho dovuto aspettare tutto quel tempo prima di trovare il ’68, però le riviste me le andavo a cercare, andavo a battere molte porte, ma erano persone singole, o le cose che trovavo sul giornale, come voi andate in internet, e bussavo a delle porte chiuse per essere accettata e sentirmi raccontare cose che non trovavo né in fabbrica, né in casa, né in nessuna altra parte. Poi con il cosiddetto ’68 ho sentito che avrei potuto avere dei cosiddetti “compagni”, persone con cui dialogare, ma prima mai. Il ’68 portava proprio la domanda, e i tentativi di risposta, ad una modalità diversa di stare insieme come maschi e come femmine. Parlo a proposito della solitudine… ora soli siamo, no? Spesso dico: io sono sola, come tu dici: sono sola. Lei mi potrà dire, sì, ma tu hai imparato, qualcuno ti ha insegnato ad essere sola. Penso ancora alla identità, perché ho dei dubbi, non riesco a comprendere quanto avessi una forma di padre, allora, quando avevo quattro, cinque, sei, sette, dieci anni. Quella guerra, quell’ambiente, che regole mi abbia date per la mia identità: ecco, ci devo pensare. Sicuramente erano regole diversissime da queste di oggi, però sento che c’è della analogia, tra il massimo di rigidità e di violenza di allora e quello che c’è oggi che apparentemente non è violento… Paola … Violento lo è. Pina Un altro tipo di violenza.
Paola Pensando alla costruzione della identità: io in fabbrica ci entravo da laureata a fare un lavoro tecnico, venendo dalla università. Il primo impatto è stato che ho pianto per una settimana. Quell’ufficio, le persone che c’erano, il clima… era come se fossi entrata in una gabbia devitalizzata. Però era il 1972, e quindi immediatamente c’era tutto … il contratto, l’inquadramento unico… entro il primo anno la testa era già altrove: il sindacato, gli operai, e allora lì sì che ho trovato padri di varia natura. E dopo ci sono state le donne. Livia Per me il lavoro è stato ancora un’altra cosa. Ho fatto per sedici anni l’insegnante. Per me fare l’insegnante è stato fare il lavoro di mia madre. Tutto quel periodo non mi ha dato identità, ma la consapevolezza che ero dentro un involucro identitario obbligato. Quello che potevo cercare di fare era trasformarlo il più possibile, quindi per certi aspetti è stato il contrario di una identità, se nella identità ci mettiamo un qualcosa di nostro e qualcosa che viene dall’esterno, e dall’esterno ci forma. Lì per me non veniva dall’esterno, veniva da un interno internissimo. Credo poi che le situazioni siano un po’ tutte diverse … Pina L’Ansaldo era un contenitore. Ora mi chiedo: era materno o paterno? Mah, credo che per me fosse “matrigno”, una cosa così. Paola C’era la classe operaia, che aveva, le si attribuiva, una identità. Adesso quello che latita fortemente è una identità di qualche accidente … (Voci: sono leghisti ora, gli operai ... ) Paola Magari una identità leghista ci può essere Pina L’identità leghista è la perdita di ideale della identità operaia Luciana1 Sì, ma non solo. Avere una identità di classe è anche riconoscere che sei figlio di una storia, di una certa classe sociale, e che hai fatto un percorso. Ora l’idraulico vuole assomigliare ad Agnelli… Paola Non ad Agnelli, è troppo complicato assomigliare ad Agnelli, ci vuole un sacco di disciplina… Laura Anche perché tutti ormai credono di potersi permettere tutto, farsi delle rate che pagheranno i nipoti, chi si fa le rate non è chi ha lo stipendio un po’ più alto, è chi lo ha basso: si fa a rate il cellulare… Gabriella1 L’identità, al di là delle varie situazioni familiari, ti deriva dalla storia, la storia in quanto sei “vissuta” da quello che c’è fuori Laura Da quell’epoca Gabriella1 Sì Rina Assumiamo tutto quel che ci circonda Giovanna Però nei racconti che sono stati fatti prima c’era un divenire, c’era un futuro. Invece adesso qua veramente non c’è una idea di futuro, ma nemmeno per i prossimi tre mesi. Pina Mah… noi avevamo una visione del futuro individuale dentro una prospettiva più collettiva, è questo che io non vedo in voi.
Laura No, perché non c’è più una cosa collettiva. E’ già cambiata dalla mia generazione ad ora. Il tema della mia maturità nel 2001, quello un po’ generico, era “la piazza”: quindi la piazza esisteva, io mi vedevo in piazza con i miei amici. Adesso c’è internet, messenger, “faccia libro” … io facebook non ce lo avrò mai nella vita, quando ce lo avrò potete anche spararmi come dei cecchini (Voci, sovrapposizioni: ma com’è questo facebook?) Eleana E' come un gigantesco catalogo di persone che si registrano con il proprio nome… Discussione animatissima! E molto sovrapposta, inestricabile, su google, facebook, internet, sull’esibizionismo … Laura E' una vetrina, tu ti metti lì, metti in mostra i cazzi tuoi. Ogni tanto mi arriva questa mail su facebook: quattro amici ti stanno cercando. Una ha 173 amici, l’altro 285, uno 300… io non ho trecento amici! Che trecento persone che io conosco magari di vista e con cui non ho interazioni sappiano che cazzo faccio il sabato sera non esiste, questa cosa qua proprio mi dà fastidio. Poi gente che magari si mette col petto tutto fuori, maschi… ma anche delle mie amiche con queste foto da femme fatale … veramente! (Risate, risate, risate) Laura Ora è cambiata proprio la cosa, c’è tutta questa gente che vive elettronicamente. Noi giocavamo con altre cose, anche Barbie era comunque una bambolina, io ci facevo dei castelli… Adesso vedi questi bambini che poi è ovvio che mi diventano un po’ strani… Io non ho giocato tanto con queste cose, perché ero di un’altra epoca, però ora questa cosa che: ok, ho fatto la scelta sbagliata, ma mi sembra di avere sempre la seconda possibilità, che perdo la vita, muoio, ma poi c’è l’altra possibilità...: no, non è così! . Però questo messaggio mi è arrivato anche se non sono vissuta attaccata ad un video gioco. Eleana … Io quando faccio qualche errore ogni tanto penso: Ctrl Z… (risate) Giovanna Ecco il nuovo nome del sito: control zeta! (risate) Gloria Io quando sono sotto stress e mi devo occupare di dieci cose faccio: “defrag” Paola Io invece ho: “ogni giorno ha la sua pena”, e quindi mi fermo.
Gloria Mi stavo domandando se nella situazione di oggi non ci possono essere degli aspetti positivi, come dire, più lievi rispetto a quelli che abbiamo vissuto noi. Io ho vissuto una grande angoscia di adattamento lavorativo alla Università, questa grande struttura con un grande “superio”, dove devi adeguarti a certi standard, devi sentirti all’altezza. Io ci ho impiegato metà della mia via lavorativa a sentirmi adeguata, con questo confronto continuo: sono all’altezza, sono adeguata, che cosa vogliono da me? Riuscirò mai a darlo? Invece ho la sensazione che loro questa cosa… Paola Guarda come ti guarda Eleana! (risate) Gloria … Magari l’aspetto positivo del non sentirsi sovrastati da un modello massiccio a cui doversi adeguare… Paola Spiega il tuo sguardo, Eleana Eleana Spiego innanzitutto la mia collocazione nella vita. Sono laureata in beni culturali, e sto scrivendo la tesi per il dottorato in geografia storica, dopo aver chiesto una proroga perché non ce la facevo, dovendo anche lavorare. Quindi sono anni che comunque bazzico in ambienti in cui devi sentirti all’altezza. La differenza è che io so di non avere prospettive. Quindi vivo l’ansia di non sentirmi all’altezza, in più non ho prospettive, perché quando avrò smesso di fare il dottorato mi hanno detto: ma tu scordati fare questo mestiere. Pina Dimmi che mestiere è il tuo Eleana E' ricerca, a metà tra geografia e storia Pina E' una cosa bellissima EleanaSì, è bellissimo Pina Che cosa ricerchi? Eleana Per esempio la storia delle eco culture vegetali, la storia delle risorse, delle produzioni… Pina Una cosa di questo genere mi pare che potrebbe essere applicata, a chi potrebbe servire? Eleana Agli Enti Parco, ad esempio …. Pina Certo, e tu dici che non te lo fanno fare Eleana Ti assumono per altre vie Paola Ti assumono per altre vie, clientelari, diciamo Pina Ma tu hai un mestiere, ben preciso. Eleana Si, ma non ho una professionalità, che è ben diverso. Pina Perché tu non puoi andare a fare pratica Eleana Questa cosa non è richiesta Rina Ma allora perché questo tipo di laurea, scusa? Eleana Questo è un altro discorso. Però era per dire che la sollecitazione dell’essere all’altezza la vivi quotidianamente, è una sfida continua, devi essere capace, devi essere all’altezza del livello intellettuale, c’è il confronto, c’è la critica distruttiva a volte, però poi? Non c’è una prospettiva. Pina Però, dici che nel giro degli anni tu non puoi realizzare questo? Hai una competenza. Eleana Sì, però, a parte il dottorato, parliamo della laurea in beni culturali: sono tutte a vendere caffè, tutte le persone che laureate in beni culturali sono a fare promozione del latte, a vendere caffè… Rina Mi sorge la domanda: perché l’hai presa la laurea? E’ perché ti piaceva… Eleana Mi piaceva, e speravo… Rina Penso che nel futuro… Pina In un futuro Pina In un futuro, probabilmente, questa cosa servirà. Il problema è come aspettare l’occasione. Beh, cavolo, questa è già costruzione della identità. Camminando qui tu sicuramente vedi cose diverse da quelle che vedo io. Ti sfrutterei subito per farti vedere un sacco di cose qui intorno! E perciò, ecco, puoi essere contenta di aver scelto questa cosa Eleana Però d’altra parte non vedo la prospettiva Pina Non vedi… non sai attenderla. Giovanna Deve anche vedere come trovare i soldi per pagare l’affitto,la luce, il gas, e la identità a quel punto…
Laura … Però io dissocio il fatto di guadagnare per avere i soldi per vivere. Distinguo il mio "io" che lavora per guadagnare, e sono contenta di lavorare pur di avere i soldini, è il mezzo, come ad Auschwitz: “lavorare rende liberi”, no? Una cosa del genere. Pina Che fantasia! Laura Quel che voglio fare comunque lo faccio, non è che mi abbatto. Per il momento, no. Spero sempre in un futuro, “la speranza è l’ultima a morire”. Lei ha la fortuna di avere avuto un obiettivo. Io faccio Scienze Politiche, poi da che parte sbatterò non lo so. Me lo chiedo, no? Perché sbatterò da qualche parte. Io vedo anche delle mie amiche e amici che sei, sette anni fa erano politicamente più dalla mia parte, che adesso sono completamente cambiati, che adesso sono scesi a dei compromessi. Io non so cosa farò. So già per il momento, a meno che non mi cada un fulmine in testa, che non scenderò a compromessi. Ho solo la necessità di mangiare, e di dare da mangiare al mio gatto, che è la cosa più importante… (Voci e risate) Laura Però io non so cosa farò di questa laurea. E’ una laurea generica. Io manderò il curriculum in giro … forse tardo a prenderla perché dovrò prendere ancora quella biennale, e poi dire: cosa faccio ora? Finché sono stata nel limbo lavorare e studiare, potevo benissimo dire: faccio la commessa, però la mia vita non finisce qua, ci sarà un domani. Però dati i tempi che corrono vedo persone a fianco a me che devono accettare, scendere a dei compromessi che… Paola Ma, cosa intendi quando dici “scendere a dei compromessi”? Laura Compromessi … accettare che per crescere, o anche essere solo confermati, ci sia una situazione di clientelarismo, di nepotismo, e dover cercare la competizione, no? Anche per delle cose minime. Doversi fare le scarpe, dover sgomitare per apparire di più. Ci sono altri dieci che per una cosina minima, che fa ridere i polli, sono già pronti, sono già pronti lì, e se non sgomiti c’è qualcun altro che prenderà il tuo posto, e magari ti perdi una occasione che può aprirne un’altra. Luciana1 Beh, qualche volta non è solo sgomitare, alla fine devi dimostrare che hai delle capacità, che sai fare le cose che ti chiedono Paola Lei dice che non è la merce più corrente Laura Penso di non essere una stupida, di avere delle capacità, però non penso che come me non ci sia nessuno: come me ce ne sono tanti, tanti altri, gente anche più giovane di me, io ho ventisei anni, e ho già perso qualche treno. Forse se avessi fatto delle scelte diverse, se fossi scesa a compromessi, come accettare di fare anni a 400 euro al mese per 40 ore settimanali, forse la mia vita sarebbe diversa. Non so, mi chiedo se ho fatto bene . E' un momento di confusione. Gli anni passano, sembra di essere giovani, però ormai nel mondo del lavoro ventisei anni non sono pochi. Rina … Cominciano ad essere vecchie… Laura Alla Fnac, se non avessi fatto il grande colpo di testa di iscrivermi al sindacato, avrei mantenuto il lavoro e avrei finito l’università prima. Pensavo, nella mia stupidità, che non ci fosse niente di male; e invece: ciao bella! Giovanna Io l’ho visto in fabbrica, che non si poteva essere iscritti al sindacato: cioè, gli impiegati era bene che non fossero iscritti al sindacato Paola … In chiaro. Ma questo in Ilva, con 2000 persone! Giovanna Iscrizione clandestina Rina Che differenza c’è con gli anni ’50, quando dovevi essere iscritto alla Cisl piuttosto che alla Cgil? Paola Per lavorare all’Ilva dovevi essere iscritto alla Cisl… Giovanna Questa cosa dei precari, soprattutto questa lotta, me la raccontava una tizia che lavora a Milano in una casa editrice. Mi diceva: tu non hai idea di come sono poco leali tra di loro; nel momento che io li vedo farsi una confidenza, gli dico: ragazzi, non fatevi confidenze, perché siete tutti esposti. Quindi non ci può essere un momento di condivisione, perché magari i posti sono due su quattro, e gli altri due saltano. Una cosa pazzesca. Rina Il discorso di separare… dividi ed impera Paola Avevo conosciuto Arianna, che oggi non c’è, perché ero andata a vedere un suo lavoro teatrale: “Laureatainvendesi”. Parla di due ragazze e un ragazzo che condividono un appartamento, e cosa succedeva? Il ragazzo lavora da qualche parte, precario, una delle due ragazze trova un lavoro, l’amica che la ospita si trova da un giorno all’altro lasciata a casa dal suo precariato. Allora questa ragazza, che è la più sfigata, che ha in casa il ritratto di Papa Woitila, le dice “Dai, vieni…” e la fa entrare dove lavora. A questo punto si accende la gara, si accende duramente. Quando si tratta di confermare una persona lei fa le scarpe brutalmente a quella che l’aveva aiutata. Questo fatto viene simboelggiato con una sedia al centro della scena, e loro treche fanno una specie di balletto intorno a questa sedia; ognuno cerca di buttare giù dalla sedia quell’altro, ma questi sono tre coetanei. Ed era molto intensa questa cosa, perché veniva distrutto tutto: veniva distrutto il rapporto d’amore tra il ragazzo e la ragazza, il rapporto di amicizia tra le due ragazze, e lei ad un certo punto conquista questa sedia, però si ritrova con tutta la sua vita di relazione andata a farsi friggere. Beh, possiamo andare.
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