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Primavera 2009: indice degli argomenti e trascrizione dell’incontro. Cliccando andate su quello che vi interessa
Intanto, io che sono ignorante chiedo: e la Luisa Muraro chi è? L’ho vista ieri per la prima volta e quindi… E' una filosofa che insegna filosofia, o la insegnava, credo che sia in pensione o quasi, lavora con il gruppo delle filosofe femministe di Verona che si chiama “Diotima” (http://www.diotimafilosofe.it/), ha scritto molti libri, che non ho certo letto tutti. Ho letto di lei sul Manifesto, o in altre riviste che di lei parlano, pubblicano. Anche ieri è stata molto … tranquilla Leggera Leggera… non professorale Beh, questa è la Muraro.
Indice degli argomenti: cliccando si va al frammento di discorso che interessa. Cosa vuol dire “differenza” per Luisa Muraro, e cosa vuol dire per noi. Il problema del linguaggio. Le forme del desiderio, il potere, il simbolo, i linguaggi segreti. Un mondo, più mondi, l’accettazione della parzialità. La morte, il divenire. Differenza; conflitto; linguaggio; il singolo e la società. Donna "lava stira fa"; la diversità del potere. Diversità di percezione, pensiero concreto, pensiero simbolico. Dal magma ribollente ad oggi. Le filosofe. La generazione perduta. Fare. Pensare. “Squattare” i partiti. Diradare, fare il vuoto per pensare. Storicizzare le parole. Parità. Cosa è il femminismo? Conflitti: casalinghe, maternità. Competizione. Margini di libertà. Agire nel mondo. Fermarsi. Pensare. Le prossime stagioni.Frammenti di fine riunione. Stare con le donne. Stare con gli uomini.
Cosa vuol dire “differenza” per Luisa Muraro, e cosa vuol dire per noi. Il problema del linguaggio. Pina Non la differenza tra maschile e femminile, ha detto, ma tra uomo e donna. Il concetto che io condivido, e che non solo condivido, ma per cui combatto, è che non solo tra uomo e donna, ma tra maschile e femminile (lei non ha parlato di concetto di maschile e femminile, però lo aggiungo io in questo momento), fuori e dentro di noi, c’è un conflitto irriducibile che noi dobbiamo accettare in quanto tale, perché poi è alla radice della differenza. Ma questa è anche la radice della creatività, del divenire, del pensiero, della vita, dell’amore. Certo, non ha aggiunto il problema grosso di come essere avversari e non nemici. Certamente ci possiamo anche scannare da avversari qui oggi, però questa è la radice, il nodo, del futuro, del nascere. Gloria Mi hanno colpito due cose: lei ha sottolineato come nel 1966 ci sia stata la prima scissione donne – uomini. In un college americano c’era una riunione politica tra studentesse e studenti, e a un certo punto le studentesse hanno preso atto che non potevano continuare a confrontarsi con gli uomini, con i ragazzi. Lei ha messo questo episodio come una pietra miliare, di partenza: c’era bisogno di una separazione. L’altra cosa che mi ha colpito è il discorso che ha fatto sulla eguaglianza, che non è una cosa positiva, neanche tra donne. Ed ha valorizzato moltissimo la ricerca della differenza ciascuno per sé – maschio e femmina. La singolarità della differenza. Gabriella1 Però volevo capire bene … la differenza uomo / donna è sotto gli occhi di tutti. Ma relativamente alla differenza maschile / femminil penso anche ad un conflitto interiore, perché c’è una parte di me femminile ed una parte che si identifica col maschile. Voglio capire a cosa ci riferiamo quando diciamo maschile e a cosa ci riferiamo quando diciamo femminile. Sembra un concetto più ampio dell’ ”uomo / donna”. Eleana Ne ha parlato rispondendo ad un ragazzo, un filosofo della associazione “Rasoio” che faceva questo appunto: “perché tra tutte le differenze possibili ci occupiamo, nell’ambito delle diversità, della differenza tra maschile e femminile che è una differenza fisiologica?”, e lei ha risposto in modo molto polemico, è stato il momento più polemico, in cui è uscita la verve della studiosa, in cui ha detto che lei non si riferiva alla differenza fisiologica, perché sarebbe stata una banalizzazione, ma al valore simbolico, e ha usato una metafora: la decapitazione di un re è un fatto fisiologico, è una testa che si stacca da un corpo, però ha un valore simbolico. Per lei la differenza di cui parlate è la differenza di un essere che si confronta con un altro essere e si trova diverso, da qui tutto il valore simbolico della diversità e del conflitto che da essa nasce. Gloria Però è anche una differenza fisiologica Eleana Anche fisiologica, però lei – rispondendo a quel ragazzo - ha negato il valore “solo” fisiologico. Paola Se posso ricostruire l’intervento di quel ragazzo, lui ad un certo punto aveva detto: “in realtà io ho cercato di coltivare dentro di me il femminile”. Lei ha detto: “di questo io non voglio parlare. Quello che dico è che c’è una irriducibile differenza tra me – che sono una donna – e quello che incontro – che è un uomo. Siamo due entità, due soggetti assolutamente diversi. Questa differenza non è recuperabile, è così, dobbiamo saperlo, dobbiamo sapere che questa differenza produrrà inesorabilmente e sempre dei conflitti, che i nostri desideri saranno comunque diversi, che non è detto affatto che io, perché tutto vada meglio nel mondo, debba per forza desiderare quella cosa che desideri tu, e faccia esattamente quelle cose che fai tu, e voglia occupare tutte le caselle che stai occupando. Io posso fare anche altro, posso interagire con questo tuo modo di essere e di gestire, litigheremo, ma ci potremo anche amare e potremo gestire questo conflitto in termini non distruttivi”. Pina A me piacerebbe stamane parlare proprio di linguaggio. Perché i codici sono diversi. Se parliamo di maschile e femminile, bisogna intendersi su quale codice usiamo. Mi veniva in mente quello che diceva lei a proposito del 1966. Lei ha usato un “fatto”: quando quelle ragazze si sono alzate ed hanno detto “non vogliamo più parlare con voi, non ci intendiamo”, ed è cominciato di lì il separatismo. Lei è partita da questo fatto.
Paola Per me è stato una specie di sollievo quando lei ha parlato della forma del desiderio, e del fatto che il desiderio può essere molto “articolato”. Si dice, si pensa: le donne si propongono di raggiungere l’eguaglianza con l’uomo, di riuscire a raggiungere o fare tutto quello che gli uomini fanno, di arrivare a tutti i ruoli, a tutte le posizioni, a tutti i tipo di lavoro, perché il desiderio è quello… ma lei dice: “No! chi ha detto che il desiderio debba essere quello? Il desiderio può essere molto più articolato. Il punto è capire quale è, e come si articola in modo più fine il nostro desiderio”. Quindi non è affatto detto che noi si “debba” desiderare di ricoprire certi ruoli di potere. Possiamo interagire col potere anche da un altro fronte e non necessariamente porci l’obiettivo di occupare quelle caselle, in quei modi, semplicemente inserendoci, donna al posto di uomo. Il sollievo mi viene perché, nel sindacato o altrove, io ho fatto una traiettoria che mi ha tenuto a lato dai ruoli di potere. Pina Beh… Paola Fino ad un certo punto del potere, sì, ma non oltre quel punto. E questo è sempre stato per me un punto interrogativo. Così ieri – con sollievo dicevo: beh, forse, può essere anche legittimo che io non desiderassi affatto di essere adesso lì, in quel posto. L’altra domanda è: interagire con questi ruoli dall’esterno fino a che punto ci porta avanti nella ipotesi/speranza di modificare il mondo? Pina Luisa Muraro si occupa molto di “mistiche”, perché riconosce alle mistiche un grosso valore e potere. Legandomi a lei dico che quel potere così limitato, quello degli uomini (o anche quello delle donne), il tipo di potere dominante non mi interessa. Cosa vuol dire lavorare e studiare, essere mistiche, cosa è la cultura del misticismo: ecco questo è qualcosa su cui si potrebbe discutere. E pensare. Gloria Una cosa mi ha colpito e mi ha interessato molto: lei ha detto che l’orizzonte del desiderio deve essere molto ampio, non deve essere un desiderio “ristretto”. Ed anche sulla questione del potere che diceva Paola, questo potere maschile che “non mi interessa”: lei ha detto appunto che questo potere “ti mangia” Pina Maschi e femmine Luisa Si, si, mangia maschi e femmine. Ed io ho collegato questo al discorso sul desiderio: se tu segui un desiderio importante, articolato, hai la possibilità di arricchirti, mentre il potere ti mangia solamente... Mi veniva da raccontare la storia che ha descritto la Muraro: c’è uno schiavo bello, giovane, che viene venduto al mercato, molti vanno per acquistarlo e c'è questa vecchia che decide di provare ad acquistare questo giovane bello con quello che lei ha, e quello che lei ha sono solo dei gomitoli colorati. Lei ha solo quello e decide di usare quello che ha, per esserci, poi sa anche che non glielo venderanno, ma lei vuole provare ad essere lì, con la sua anima, con la sua richiesta. Pina Si “permette” di andare in questo spazio pubblico… Gloria ecco, si permette. Si permette. E non ci può essere nessuno che dice che non è tollerabile questa cosa, che non è possibile. Io la richiesta la faccio: mi è sembrata una cosa fantastica. Giovanna Però fa una cosa che rischia di essere soltanto simbolica, che può, alla fine, dare una sensazione di inadeguatezza, perché lei non riesce, non raggiunge il suo scopo. Paola Ma facendolo “mette al mondo” il fatto che lei è lì, che esiste per come è, che la sua vita ha un valore.Altrimenti nessuno avrebbe considerato che lei c’è e che può fare delle cose. Se poi sono adeguate, se sono inadeguate, beh quello viene dopo – ma nel momento in cui lei le fa "vengono al mondo", altrimenti restano nascoste. Gloria E’ una auto valorizzazione Luisa Sì, è una auto valorizzazione. Prende la parola. Pina Eh, la povera Olympe ci ha lasciato la testa… Paola Lei fa un atto simbolico che non si traduce nel fatto che potrà godere di questo bello schiavo; però gli atti simbolici sono di una importanza cruciale. Il fatto che una donna esprima pubblicamente un desiderio e lo esprima nel mercato, e quindi di fronte a tutta quanta la collettività, è un fatto rilevantissimo, perché uno dice: “Ah, allora esiste anche questo desiderio, allora anche le donne possono desiderare, si permettono di entrare nell’agorà, si permettono di entrare nel luogo pubblico a dire ‘io sono legittimata a farlo’”. E questo è un salto, perché l’alternativa è che lei se ne stia chiusa nella sua casa senza che nessuno la veda mai. Le donne con i loro desideri… qui hai tutta la questione delle donne che parlano tra di loro con i loro linguaggi segreti, come quello delle cinesi, le donne potevano parlare tra donne dei loro drammi e dei loro desideri con una lingua totalmente inaccessibile agli uomini, perché non era legittimato l’atto pubblico, il fatto che potessero uscir fuori, che si potesse sapere.
Pina Certamente, entrare nella Agorà … pensavo però al pericolo che mentre lei dice “agorà” si possa pensare ad “un” mondo, quello che c’è, mentre credo che ieri la Muraro dicesse “più” mondi, visto che se hai un altro simbolo, un altro discorso, un altro fatto, puoi riuscire a pensare, a creare, più mondi e non (sempre e solo) l’agorà unica e dominante. Uno può perdere, certo. Perde. Ma simbolicamente può pensare, e vivere, e immaginare un mondo “altro”. Luciana2 Mi stavo chiedendo se fra i caratteri irriducibili del "maschio", non uso né maschile né uomo, non ci sia (è una domanda) l’assoluta impossibilità di accettare più mondi, più punti di vista. Questa impossibilità poi diventa una lotta mortale Gloria Vitale Luciana2 No, mortale. A questo non so rispondere. Il nostro uscire dai gruppi proto femministi era perché in qualche modo si cercava, fra le altre cose, una legittimazione da parte delle altre donne, e anche, in qualche misura, da parte della politica. C’è una parzialità che noi accettiamo, perché pensiamo di avere una visione parziale del mondo, perché sappiamo che ci sono altri pezzi di mondo, i "maschi", che hanno una loro visione. Ma tra i maschi io non ho mai incontrato nessuno che non fosse semplicemente sconvolto dalla sola ipotesi che esista un altro punto di vista. Che poi siano disponibili a discuterne sul piano intellettuale… ma che “davvero” accettino di sentirsi parziali, io non mi sentirei di dirlo per nessuno…
Pina Nel 1984 siamo andate a sentire Fornari, lo psicoanalista (http://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Fornari) a Padova. A sentirlo in una ASL c’erano tante donne, e io non dimenticherò mai quando ha detto che un uomo non esce mai dall’utero. Che è come dire che l’uomo non riconosce la morte. Gli è difficile capire il divenire, non riesce a vivere questo divenire, mentre c’è un punto di vista del mondo femminile irriducibilmente diverso, che può vivere il divenire, cioè la nascita perché è un fatto che tocca soprattutto a noi, e la morte, perché tocca di nuovo a noi. La morte non solo come fatto individuale. Forse noi riusciamo a pensarci di più. Spero che affronteremo questo problema una volta o l’altra, e soprattutto oggi. Luciana2 Si, ma è frustrante che nel momento in cui il discorso sulla morte esce a livello generale, l’esito paradossale della azione faticosa e dolorosa di questo Sig. Englaro sia una lotta mortale. Pina Questa volta li combatteremo. Li combatteremo. Almeno individualmente faremo una battaglia, per morire ci aiuteremo. Spero. Io qui volevo solo “parlare”, ma se la politica mi costringe… devo per forza muovermi… mi mettono lì un problema che devo per forza andare in piazza col fucile. Oggi non ne parleremo, ma Veronesi dice “dovete fare questo subito, cioè andare dal notaio e fare un testamento biologico prima che passi la legge…” perché non ti mettano un sondino.
Giovanna Come si può spiegare… è come se io non mi ritrovassi. Rispetto a questa relazione tra uomo e donna … non sento particolarmente questa differenza. Non sento il conflitto. Ecco… l’unico momento in cui mi capita di sentire questa cosa, che peraltro vivo con leggerezza, anzi come una sfida, è in azienda. Questa cosa la sento, però poi vedo anche che c’è una trama per sanarla. E’ come se mi steste raccontando una storia che io non ritrovo però nel presente, che è cambiata in questi anni. Anche io faccio fatica a trovare le parole. Arianna Io il conflitto lo sento, in realtà. Ma non è un conflitto tra maschio e femmina, o tra uomo e donna, è un conflitto di modi di vedere. Conosco donne, molto più simili a questo mondo, molto più simili al potere come lo conosciamo, e con cui io entro in conflitto, e ci sono uomini molto più simili a questa idea di sentirsi parziali, persone che si sentono a disagio in un modo maschile. Quindi in realtà, secondo me, il maschio può accettare più mondi; non so se è il "maschio" il problema… prima dicevi “non parliamo di maschile e femminile”, ma forse è proprio questa la cosa. Pina Questa è una cosa su cui magari rifletteremo approfonditamente. Il linguaggio “è” la realtà, dico sempre. E allora quando si comincia a pensare insieme, prima dovremmo cercare di riflettere sui significati delle parole che usiamo, noi, nella nostra diversità, che cosa significa per noi maschile e femminile… Se riusciamo a trovare, almeno a vedere, le differenze tra le definizioni delle parole che usiamo, possiamo anche accettare le differenze dei risultati, e arricchirci complessivamente, senza irrigidirci sul fatto che io non capisco o capisco poco questa cosa. Quello che emergeva era che lei da noi sentiva parole che risuonavano un tempo diverso, significati diversi, magari difficili da definire quali sono le sfumature, però poi così importanti da creare delle profonde differenze. Luciana2 Lasciatemi chiarire una cosa. Noi facciamo spesso un passaggio inespresso tra il singolo e la società, anche se non sarebbe molto corretto. Quindi passiamo da “mio marito” a come si è evoluto il nostro mondo in questi ultimi tempi. Allora, che ci siano tante donne che non hanno problemi a comportarsi come uomini mi sembra una ulteriore conferma della struttura maschile di questa nostra società. La società attuale non sarà patriarcale nel senso vecchio del termine, nessuno si permetterebbe oggi di dirci “stai zitta” o “sei stupida”... Giovanna ... me lo hanno detto al panificio un’ora fa… Luciana2 … allora diciamo “quasi” nessuno, diciamo che tuo marito, suo marito, non lo farebbe. Però dopo gli anni che abbiamo conosciuto della “visibilità”, non dico della legittimazione, ma della visibilità della richiesta delle donne, l’impressione è che questa nostra società – non ci metto un nesso per carità, non sono in grado di dimostrarlo - si sia ben ristrutturata in termini maschili. Su questo direi che non ci sono dubbi. Facendo della fantapolitica, se le nostre formulazioni – non so neanche come chiamarle – fossero davvero penetrate, al di là dei simboli, questi nostri compagni maschi avrebbero dovuto fare una battaglia per cambiare loro, e poi per loro, questa società. Era quello che chiedevamo, e questo non solo non è successo, ma ci ritroviamo come ci ritroviamo. Pina Cosa avevo detto anni fa, che saremmo arrivate al fez e al chador… Risate
Laura Ho diverse cose che mi volano per la testa… Sulla questione dei significati delle parole penso che ogni parola abbia per ognuno una valenza diversa. Lo vedo parlando. Sui conflitti di cui si parlava… io sono stata allevata con un concetto molto di “potere alla donna”, sono una persona però che si trova meglio con gli uomini rispetto alle donne perché è raro dico tra le mie coetanee trovare persone che io rispetti, che non abbiano una idea un po’ “oca”, un po’ “civettuola”, oppure maschilista. Ci sono tante ragazze della mia età che: “donna zitta lava e stira”, e va bene così. E anche con le mie amiche dicevo “ah che palle, io la roba non la stiro”, raccontavo che io me strafotto di queste cose, anche delle ragazze che reputavo più vicine ad una idea di femminismo e quindi di "potere alla donna”: "eh no, la donna deve stare in casa, deve cucinare, all’uomo fa piacere..." Voce E sennò come fai a tenertelo, se non stiri, avranno detto … Pina eh, siamo state sconfitte per questo, almeno venti anni fa Laura la società comunque secondo me non considera la donna. Però mi rendo conto che anch'io alle volte in certe posizioni della vita, forse alla fine ci vedo più un uomo. E adesso riflettendoci mi spaventa la cosa, che forse io stessa discriminerei la donna in certe situazioni. Cioè, mi dispiace discriminarla… Luciana2 Così stando le cose sì. Non è la lotta per lo “stesso” posto, è che cambi quel ruolo, questa è la faccenda. Pina Ma “lui” non vuole, perché così cambia, e se si cambia “si diviene”, e se “si diviene” si muore. E lui non vuole morire. Per quello fa la guerra, perché crede di essere immortale. Rina Ho ascoltato, credo di aver capito qualcosa, non tutto, logico. E non sono d’accordo su tutto. Non sono d’accordo perché da quando abbiamo fatto noi le cose sono passati trenta anni, e trenta anni non sono passati invano, voglio dire, hanno lasciato il segno, no? Qualcosa ci hanno lasciato. Qualcosa è cambiato e qualcosa è ritornato indietro e qualcosa è andato avanti. A me pare che nel privato le donne hanno fatto un passo in avanti “in peggio”. Di quello che noi volevamo… io vedo adesso le ragazze… non lo so: c’è la sopraffazione. Il maschio che ha volontà di capire le donne, perché è stato educato magari da una mamma femminista, si ritrova delle volte una ragazza che se lo mangia: se lo mangia. Ma in maniera… tabula rasa. Io la vedo così. Pina Le donne hanno sempre avuto un potere, però ora tu parli di un potere esplicito, no? Bisogna vedere se questo potere che tu descrivi è un potere che assomiglia a quello del maschio o è un potere di un altro tipo Rina E' un potere che vuole assomigliare a quello del maschio, ma che comunque è diverso.
Eleana Riprendo l’affermazione sulle diversità di percezione che abbiamo di questo argomento. Anche io non mi ritrovo perfettamente in quello che dite, e l’ho capita ieri, al convegno della Muraro, questa diversità, perché ero insieme ad un gruppo di ragazze più o meno sui trenta anni, la mia età, e anche loro avevano questa difficoltà. A volte percepivo le frasi come degli slogan che suonavano privi di significato. Il fatto che nel pubblico qualche domanda avesse proprio echeggiato slogan anche banali, mi ha fatto pensare che forse non è stata recepita la parte più difficile, la parte più complessa delle parole che sono state dette dalla relatrice. Quello che è stato recepito è lo slogan. Per citare una frase che è stata detta: “le donne sono migliori degli uomini” … Pina Ma non l’ha detta la Muraro Eleana no, no, non l’ha detta la relatrice, ma uno del pubblico. E' come se le cose più forti, le cose percepite, fossero delle banalizzazioni. Un gruppo di ragazze se ne sono andate infastidite a questa frase Pina Il problema è quello tra il simbolo e il pensiero concreto. Se il pensiero concreto è dominante in una persona, o in un gruppo e soprattutto nel sociale appena si parla simbolicamente l’altro si infastidisce e se ne va. E’ difficile giocare su una espressione che ha un aspetto nella concretezza e un aspetto nel simbolico, e quando si è in gruppo questa è la cosa più difficile. Come si fa? Ed è proprio questa la domanda, forse, che ci facciamo qui oggi: ce la facciamo ad esprimerci, ad essere contente (nel gruppo, intendo) parlando di cose (di qualunque cosa), ma tenendo conto del lato simbolico?
Paola Da ieri mi sto leggendo la tesi di Anna Baraggioli sulle 150 ore delle donne. L'ha scritta nel 1978. Io non l’avevo mai letta… lei l’ha scritta “in fieri” Pina Per quello che è importante Paola Ecco, per quello che è importante. Tutta la prima parte, un centinaio di pagine, è un racconto soggettivo: io ho visto quello, fatto quest’altro… come un suo diario. E poi inizia la parte delle interviste, ho letto quella di Luciana Brunod. Bisognerebbe leggerla tutta, pubblicarla: è troppo bella. Ma, nella prima parte in cui lei racconta “ci siamo viste lì, eravamo in tante…” viene fuori un suo modo di vedere di come erano le riunioni. Allora pensavo: va bene, succedevano queste cose, per lo meno così come le ha viste in quel momento Anna, e sono passati più di trenta anni, no? Oggi quelle cose sono impensabili. E’ come se fosse una specie di magma ribollente, allo stato primordiale, come quando uno vede i film sulla nascita della terra. Poi sono passati trenta anni, in cui sono successe tante cose, e ci ritroviamo ora in situazioni complesse. Complesse: perché è vero che non è tutto inalterato. Siamo in uno stato più fascista di prima. Ma sicuramente si è sviluppato un pensiero, tante donne si sono messe lì e hanno scritto: la Muraro, ma non c’è soltanto a Muraro. C’è il sito di Diotima, delle donne filosofe, c'è Nicla Vassallo, women’s studies in tutto il mondo. Quando è iniziato il "magma" non esisteva nulla di questo. Anche allora, certamente, andavamo a riprenderci i pensieri più antichi. Ma quello che io vedo di nuovo oggi, quello che può essere utilizzato, è il fatto che si è creato un "pensiero". Il punto però è che quelle riunioni in cui tutte andavamo per cercare di capire, per toccare, per sentire, coinvolgevano persone a largo spettro, nel senso che noi ce le avevamo nelle fabbriche, e alle 150 ore a Bolzaneto ci veniva Luciana Brunod che era una operaia della catena di montaggio, e le sue due compagne di fabbrica che erano anche loro operaie della catena di montaggio, quindi persone che avevano la terza media, se ce l’avevano. Questo, come succedeva lì succedeva in fabbrica da me, dove facevamo le riunioni con le "cartoliniste", oppure all’Ansaldo, e poi c’erano le universitarie… Sarà stato magmatico, ognuna andava a cercarsi delle cose che erano diverse da quelle che si cercava l’altra, qualcuna trovava, qualcuna non trovava, ma c’era questa diffusione, mentre adesso il pensiero è di alcune, e il punto interrogativo è l’assenza di una riflessione collettiva. Forse le filosofe… quelle di Diotima (http://www.diotimafilosofe.it/) ci pensano tutto l’anno, poi fanno un seminario e pubblicano una volta all’anno gli atti di questo seminario. Nicla Vassallo scrive dei libri che qualcuno leggerà, e qualcun’altra ha dei siti dove ci sono delle interazioni, ma siamo a questo livello. E contemporaneamente gli uomini non hanno preso nulla, non c’è stato più nessun pensiero collettivo sopra i dati di fondo delle identità, dei rapporti reciproci, dei rapporti col mondo. La nostra modalità era: noi pensiamo, maturiamo un pensiero, non è che ogni volta dobbiamo decidere che alla fine della giornata dobbiamo fare l’azione “a” o l’azione “b”. Era proprio pensare, ed era proprio la cosa che quando abbiamo fatto quel tentativo di interazione coi maschi era l’intollerabile per loro. Il punto, la differenza, era proprio l’intollerabilità di una interazione di sé medesimi con un argomento, e il fatto di non avere sempre e comunque qualcosa da concludere, da fare e da mettere in una scatola che sapevi già prima che scatola fosse.
Giovanna Quello che diceva Paola mi faceva venire in mente un pensiero: io ho la sensazione che culturalmente si sia persa una generazione secca, che si sia persa l’occasione di “educare” tra virgolette, in senso proprio scolastico, le persone, da quando hanno avuto sei anni a quando ne hanno avuto, boh, ventiquattro. Trovo delle persone con le quali si può parlare, con cui c’è un confronto, però anche lei diceva: io ho difficoltà con alcune ragazze, perché il livello è estremamente basso. E questa cosa la vedo anche nella scuola dei miei figli: è tragica questa cosa, perché l’educazione dei miei figli passa esclusivamente da me e da mio marito e poi da alcune figure illuminate che loro possono incontrare nel loro percorso scolastico. Questo forse è sempre stato, però adesso questi insegnanti sono più avviliti, più tristi, più demotivati di prima, quindi possono trasmettere meno ricchezza. E come se avessimo un territorio che non è stato coltivato per venticinque anni. Questa cosa è davvero tragica, tragica. Sì, io ieri ero lì in fabbrica che volantinavo, e quello a cui mi riferivo prima: mi sento donna, scopro che sono donna, in maniera particolare in quelle occasioni, quando sei da sola in mezzo a tutti questi uomini e ti devi relazionare anche col loro livello di misoginia, e le donne che entravano, io cercavo magari di avvicinarle, ma… niente, si è perso qualcosa, dovevano andare in reparto, avevano fretta… e quindi tu lavori su un terreno, che è totalmente bruciato. Mi vengono in mente quelle pinete che bruciano nell’entroterra o sul mare e ti dicono “per venticinque o trenta anni non ci possiamo fare proprio nulla” … Pina Mentre sei lì e soffri per questo, cosa ti viene in mente? Giovanna Mi viene in mente mia figlia. La possibilità è lì. Però questo è un lavoro mio. Pina Va bene, ma in quel momento può venire la voglia di pensare a qualcos’altro… Giovanna A un gesto politico? Non lo so. Non lo so. Hai a che fare con un vuoto talmente grande che ti accontenti degli obiettivi che hai raggiunto fino ad adesso. Però sai che devi… Pina Qui diciamo: va bene, mettiamoci a pensare. E’ un po’ come se ti permettessi di dire “non posso fare delle cose”. A volte ci sono periodi così, che non possiamo “fare”. C’è una situazione che non sappiamo, non comprendiamo, però il fatto di esserci noi, noi donne qui, è che forse in questo momento a me fa piacere confrontarmi con lei che ha non so quanti anni, e con te, e con te… è proprio una rosa di età per confrontarci sui significati delle parole. E ora mentre tu sei lì e soffri dando il volantino, se noi ci mettiamo a pensare ai significati di “volantino”, di “esserci”, di “progetto”, è possibile che ci venga anche in mente qualche azione. Forse, ma non è necessario, perché tu dici: “c’è una mancanza di cultura” no? Bene: stiamo facendo cultura, e fare cultura vuol dire che non sappiamo, che non abbiamo valori precisi, stiamo a pensarci, però senza porci un concetto di cultura dato, no? Giovanna Mi fai venire in mente una cosa: insieme a questo sentimento depressivo da cui ogni tanto vengo invasa e sul quale sto lavorando, mi vengono anche in mente delle cose che potrebbero anche essere delle cose costruttive. Mi è venuta in mente questa cosa del “Partito”, del Partito Democratico,che mi sta lacerando, ho avuto questa immagine del PD come se fosse una di quelle case di Londra che negli anni ’80 si andavano a “squattare”. E così mi sono detta: chi dice che questa casa è di questi dirigenti qua? E quindi ho immaginato tutto questo disagio che montava intorno a me, di tutti quelli che conosco, perché ne conoscerò due che non sono a disagio, e mi sono detta: qui bisogna “squattarli”. Io, dolorosamente, mi sono fatta la tessera di questo partito, ma con questa idea qua. Perché sennò siamo tutti esuli della politica, stiamo tutti fuori. Dobbiamo iscriverci nei circoli, andare a farci dei mal di pancia nei circoli, e alzare la mano. Pina Questa è la diversità, capito? Cioè il tuo lavoro, il tuo desiderio, è un modo di esprimere la diversità. Se arrivi al momento giusto, e trovi il gruppo giusto, le persone giuste… ma poi quel tipo di cultura che tu dici che “non c’è”, che bisogna ricostruire, o inventare: questo si fa sottraendo, creando il vuoto. Bisogna fare vuoto, bisogna diradare, per pensare. Il simbolo richiede di tralasciare l’azione, anche. Ci sarà chi fa l’azione, e chi fa l’azione e il pensiero. Parlavamo di diversità e di tanti mondi. Ci sono momenti in cui bisogna esserci e momenti in cui bisogna sottrarsi, e qui sta la difficoltà. Per noi donne oggi la domanda è come esserci, dove, per che cosa, e questo è pensiero. Poi c’è chi può prendere spunto da qualcosa e dire: io voglio essere lì, lo trasmetto lì, ma guai se veniamo prese – parlavo delle donne – dall’esserci per esserci.
Rina Puoi raggiungere una parità? Ma assolutamente no! Non ti far convincere, non fare quello che ho fatto io. Pina Teniamo conto che c’è questa diversità profonda oggi, qui, in questo momento. La Muraro giustamente ha colpito le parole “emancipazione”, “parità” , perché in queste due parole c’è una differenza – diciamo – di valore. Luciana2 Mi sentirei di dire che è un po’ manipolatorio, perché le donne che dicevano queste parole non intendevano… Pina Si, certo, usiamo pure queste parole, però storicizziamole. Allora, per sua mamma dire “parità” era una rivoluzione. Il significato delle parole deve essere sempre come se ci dovessimo fermare a dire: di che epoca è questo significato? Che significato aveva per mia nonna, per mia madre, per mia bisnonna, per la mia antenata Candida? Qualunque parola. Alla base del nostro lavoro, qui, il fatto di tenere conte del significato della parola storicamente connotata, e il fatto di capire se stiamo parlando in termini concreti, oppure in termini simbolici, è talmente importante! Ne va della comprensione. Tutti i nostri errori, anche quelli politici, vengono da questo, che quando uno fa un discorso pubblico, e parla di "fatti", parla però anche di simboli. Ma il 90 % capisce solo i fatti. E chi parla in termini simbolici e non viene capito di norma viene ammazzato. Si veda Gesù Cristo. Perciò dal capire che stiamo parlando anche in metafora dipende il nostro comprenderci e poter lavorare. Qua. Ora. Rina E allora aggiungo un’altra cosa. Che mia madre che mi diceva quelle cose così all’avanguardia, era la stessa che mi diceva “Rina, l’ommu ou l’è l’ommu”. E basta. “L’uomo è l’uomo”. Punto. Pina Vuol dire che la parola “parità” per tua madre era un fatto concreto e non avrebbe potuto minimamente comprendere ciò che noi diciamo sulla differenza. Avrebbe vissuto la differenza come un subvalore, mentre noi diciamo che la diversità di qualunque azione, oltre che di qualunque pensiero, potrebbe essere diversa senza essere migliore o peggiore. E qui si tratta di qualunque cosa: il lavoro in famiglia, il lavoro fuori, la nullatenenza, il fare il barbone, o, non so, il fare il filosofo. Non so se fare il maresciallo o il capitano dell’esercito, non so. La guerra è qualcosa su cui ora non voglio mettermi. La guerra, ne riparleremo. Giovanna Non ti ho capita. Pina Prendiamo una parola, parità. Tu puoi dire “parità tra uomo e donna nei confronti…" Su, dimmi te, sullo stipendio? Giovanna Sullo stipendio. Dato uno stesso ruolo. Pina Dato uno stesso ruolo. Benissimo. Questa è una parità, se tu ne parli in senso sindacale, questa cosa è su un piano chiamiamolo concreto, ecco. Se tu, mentre ne parli cerchi di tenere a mente anche il modellino simbolico di pensiero tu vedrai che subito, dicendo la parola “parità”, ti viene anche il pensiero: c’è chi combatte solo per lo stipendio o il ruolo, ma sotto ci può essere l’aspetto metaforico “io sono un soggetto che valgo in quanto sono”, c’è tutta la storia femminile che nascostamente… Giovanna A me questa cosa non mi accade… Pina Ecco, questa cosa è il femminismo. Pensa un po’. Rina Il femminismo è…? Pina Questa cosa. Cioè il fatto che se combatti per la parità di stipendio nello stesso ruolo, ti devi ricordare che “stesso ruolo” come donna non esiste, perché tu sei diversa, perché hai il figlio, hai la casa, perché siamo nel 2000, perché c’è stato il cristianesimo, la rivoluzione. La storia determina che “parità” cambia. E mentre pensi: combatto per avere lo stesso stipendio in quanto faccio lo stesso lavoro, ti devi anche ricordare che “parità” ha anche un significato diverso, che non siamo uguali. Perciò che c’è una percentuale di differenza, e il fatto che tu sei davvero diversa potrebbe modificare, anche nella realtà, il lavoro, la modalità di pensare. Questa è la metafora, questa è l’importanza del simbolo.
Luisa Quando parlavi tu, dicevi del fatto che ci sono delle donne che fanno le casalinghe, che ci si ritrovano, e io pensavo a come ero io rispetto a questo discorso della casalinghità. Cioè, io ti ho ascoltato senza avere dei moti… senza avere voglia di ucciderti, insomma! Cosa che invece allora non mi capitava. E questo fa parte anche di quel discorso delle cose che cambiano. Allora quando una mi diceva “io voglio stare a casa perché sento questa necessità…” mi veniva subito voglia di saltarle alla gola perché oggi lo capisco perché io ero così insicura, così presa dalla mia incapacità, dalla mia impossibilità… ero così angosciata. E per cui dico: guarda, adesso invece posso ascoltare queste cose, e capire questo ragionamento, questo discorso che tu, o che sua figlia, dite “tutto sommato…” Arianna Non è che io dico che voglio rimanere a casa, però quello che mi sono chiesta è: ma in realtà tutta questa parità… è giusto andare a lavorare perché se non si va a lavorare… Però, in realtà, invece di cambiare io, se cambiasse tutto quello che mi sta intorno, forse non sarebbe meglio? Visto che comunque fare figli è la base della società, perché senza figli la società non va avanti, perché dopo un po’ si muore e finisce la società, ad un certo punto non sarebbe meglio che invece di essere una cosa deplorevole, la maternità, di viverla in maniera deplorevole… Il fatto è: come è possibile? Bisogna cambiare qualcosa. Non funziona così, a rincorrere un lavoro che ci porti nella stessa situazione, nella stessa parità. Invece non potremmo creare un altro mondo… Pina Ci piacerebbe… ci piacerebbe tanto… appunto… è un desiderio “alto”… Voce Facciamo “dell’altro”. Facciamo dell’altro. Non facciamo la guerra, non ammazziamo gli animali, non so, fai tu… Arianna Visto che parliamo di crisi, visto che il momento storico è triste, e quindi il rincorrere una cosa è altrettanto difficile che crearne una nuova, forse è meglio dire: quella non la rincorriamo, rincorriamone un’altra. Ma che cosa? Voce E’ per questo che siamo qua… Luisa Quello che hai detto tu quando hai detto che le donne nelle generazioni prima, in due generazioni prima… io ho pensato alla mia famiglia, io riesco sempre a pensare così, non molto in grande, in piccolo; ho pensato ai miei, no? E ho pensato: le mie sorelle, tutte e due, facevano le sarte, e lavoravano in casa. Mia madre, che era una casalinga, delle più classiche… bene, mia madre sai cosa faceva? Alle quattro di mattina, per non farsi vedere da nessuno, puliva le scale del nostro palazzo. E mia madre era una “casalinga”. Voce Ufficialmente… Luisa Ufficialmente era una casalinga. Mi è venuto in mente quello, capisci? Perché noi avevamo questo desiderio di dire: voglio uscire da questa situazione, ed era così forte… perché alle spalle avevamo queste donne, queste storie. Ed era un lavoro che non era per niente riconosciuto, perché mia madre oltretutto si alzava di notte, perché lo faceva con vergogna, per non farsi vedere che puliva le scale. Arianna Ma fare un figlio ed essere completamente da sola… Io penso: mia mamma aveva mia nonna, finito il parto si è trovata comunque chi cucinava… nel senso che le donne non lavoravano, c’erano le zie, avevano quelle che gli portavano da mangiare quando erano malate… io non ho avuto nessuno. Giovanna C’erano delle famiglie molto allargate, e quindi c’era una rete familiare che funzionava molto di più Pina Una rete “ubbidiente”? Domanda. Giovanna Io non lo so, però funzionava Luisa Sta ritornando. La rete familiare ubbidiente sta ritornando. Luciana2 Non era solo una rete familiare, era anche qualcosa di più. C’era un’altra articolazione. E’ oggi che ti mettono davanti questo genere di immagini assolutamente restrittive, soffocanti, orrende, appunto, come se tutto cominciasse e finisse nella famiglia, e non era assolutamente vero. Era più ampia la rete, e capisco che se ne senta la mancanza. Arianna Perché non funziona così. Io continuo a ripeterlo: non funziona. Luciana2 E' saltato tutto. Laura Però… io conosco una ragazza che a 21 anni ha concepito “stupidamente” una bambina in una situazione allucinante: aveva un contratto di apprendistato, in un posto in fallimento, e ora si trova a non avere un lavoro, e a non aver nemmeno voglia di cercarlo. Prima era considerata dalla famiglia una, tra virgolette dico una parola brutta “merda”, perché non si era comportata bene in molte cose, e ora, perché ha un figlio… alla donna che ha un figlio inchiniamoci tutti! Non esiste. Adesso perché ha un figlio è portata in palmo di mano. Quando si va in quella casa bisogna rendere grazie a nostro signore, il bambino. Quanto al discorso di stare a casa, per la mia esperienza dire che la possibilità di lavoro non c’è mi sembra anche un poco riduttivo, dipende cosa vuoi fare… hai la possibilità di andare a lavare le scale? E allora vai a lavare le scale. Perché ci sono tanti lavori che adesso fanno soltanto gli extracomunitari o dei poveri sfigati come me che vado a fare la cameriera in giro, e mi sto laureando? C’è gente che non ha voglia di fare, sta a casa perché non ha voglia di rimboccarsi le maniche Giovanna Stai attenta che stai prendendo una china… che dal berlusconismo… sei a un passo! Arianna Una baby sitter ti costa più o meno sui 700 euro al mese. Trovare un lavoro che ti dia 700 euro al mese è già, in questo momento, un buon lavoro, ce ne sono ma non è facilissimo trovarli. Giusto? Però tu lavori per darli completamente alla baby sitter. E’ anche questo il discorso. Ci sono delle mamme che hanno messo il bambino all’asilo privato per poter tornare a lavorare. Ma queste persone stanno impazzendo, povere criste, perché spendono 400 euro di asilo per mezza giornata, poi devono andarli a portare, devono andarli a riprendere, e il bambino si ammala, e il datore di lavoro dice: non ti diamo un altro permesso, basta. E questo sarebbe “non ha voglia di lavorare”? Non è questo il problema. Laura No: c’è gente che non ha voglia di lavorare, ed anche che si fa il bambino per andarsi a fare i cazzi loro. No, io la vedo tanta gente che non ce ne ha voglia. Arianna Però a una persona che mi dice che una fa un figlio per non andare a lavorare, ma io la meno. No, non fai un figlio per non andare a lavorare, perché fare un figlio… no, no, no: un figlio vuole dire nove mesi di gravidanza, fai un parto, dopodiché hai un esserino che devi allattare sei / otto ore al giorno e dopodiché te lo ritrovi tra i coglioni per tutta la vita. Non lo fai per prenderti un anno di pausa dal lavoro. Laura C’è gente che lo dice, che se lo organizza Gloria Ci sono ragazze che poi al momento della nascita vanno in crisi totale, che non avevano nessuna consapevolezza Luciana2 C’è un sacco di gente che non pensa. Laura C’è gente che non sa cosa vuol dire, che si aspetta che la mamma, la zia, la nonna se ne occupino, se lo sciroppino loro, e allora c’è quella che dice: per un anno me ne sto a casa, che non ce ne ho voglia, e mi faccio due bambini… io: no! stress! Arianna Ma secondo me non è possibile… Paola No, ascolta, la possibilità di fare dei figli in modo dissennato è stata ampiamente praticata nel mondo. Si sono visti infiniti esempi tragici.
Paola Volevo tornare alla questione del lavoro, e porto l’esempio di due miei giovani amici, due architetti, fratello e sorella. Intanto sono partiti da zero. Parte lui, parte il fratello, e a seguito la sorella minore di cinque anni, con un buttarsi nel vuoto e con un lavoro titanico. Riescono a portarsi dallo zero ad avere una attività “grossa”, uno studio di architettura, diverse persone che ci lavorano, cantieri… ma lui mi telefona e dice: “sì, adesso ho capito che sono riuscito a fare questa cosa, ma ora che ce l’ho forse non è quello che desidero”. Nel frattempo c’è la sorella, la quale sorella per fare questa società col fratello, con questa scommessa infinita di essere partiti da meno di zero, si trova implicata in un tipo di attività che vuol dire lavorare non molto: sempre. Molto non è un termine adeguato. Nel senso che… Voce Non finiscono mai… Paola Non finiscono mai: ogni giorno fino alle dieci, undici di sera, il sabato e molto spesso anche la domenica, e c’è uno stress continuo. Lei si interroga. Non capisce. Perché da un lato vuole essere l’architetta libera professionista, dall’altro il prezzo richiesto è veramente sterminato. E il fratello che è partito su quella direzione, anche lui si interroga. Dopodiché io mi fermo nei loro confronti, perché vedo benissimo che sono infilati in un mondo per cui o fai quello che stanno facendo così, in quel modo, o non sei. Sono dentro ad un meccanismo che li circonda che non dà alternativa. Lei dice: cosa faccio di me? Avrò un figlio, non lo avrò, come è possibile? Allora quando noi diciamo: va bene, quello che è da cambiare è tutto l’intorno, perché sennò la scelta individuale, qualunque essa sia, è talmente schiacciata e talmente determinata dal fuori che i margini di libertà sono inesistenti, implica che non c’è oggi una soluzione. Non c’è una soluzione per una cosa di questo tipo, perché uno dovrebbe poter immaginare un mondo in cui la libera professione, o qualsiasi altra cosa, possa essere fatta senza una competizione così violenta, guerresca e spietata come quella che regola quel mondo, come quell’altro mondo, come ancora quell’altro mondo… Questa cosa è determinata dalla modalità maschile di competizione. Cioè le modalità di relazione che possono essere quelle con gli operai del cantiere, piuttosto che con il cliente, piuttosto che con il tipo che deve dare la licenza del comune, piuttosto che con qualunque altro concorrente è una modalità guerresca. Lo stesso maschio della situazione, il fratello, mi ha detto molte volte “io devo fare una continua violenza su di me perché io devo adottare degli atteggiamenti che sono degli atteggiamenti arroganti. In certi ambiti io devo essere arrogante; se non sono arrogante mi schiacciano con un caterpillar, con uno schiacciasassi, e poi buttano i resti nella spazzatura”. Gabriella1 Io ora sono andata in pensione (facevo la rappresentante), ed avrei potuto continuare a lavorare ancora un po’, ma ero talmente stanca di questa guerra, no? E ho lasciato il lavoro per questo motivo. Me lo potevo permettere, ma ho avuto queste sofferenze della competizione, che non è mia, non lo è mai stata; e quando ti scontri con questo mondo del lavoro, o soccombi, o ogni tanto ci devi almeno provare a fare la “dura”, ma è una cosa insostenibile. Però fuori non cambia. O c’è una catastrofe davvero, per cui si riparte tutti da zero, o questa mentalità maschile non cambia. Uno deve essere abbastanza fortunato, e trovare delle scappatoie, sistemarsi in qualche modo a livello personale, come me che vado in pensione, per cui vivo miseramente, ma vivo. Però cambiare questa idea maschia del rapporto col lavoro, e non solo col lavoro. Voce … è l’avidità ormai che comanda Paola Se penso al “mio” luogo di lavoro, cioè al sindacato, se devo riguardare retroattivamente questi trenta anni, devo dire: teoricamente poteva essere un posto giusto in cui le donne avrebbero potuto sviluppare un pensiero. Lì ci siamo state, ci sono stati i coordinamenti, e le donne sono aumentate. Prima, quando c’eravamo noi, “ai nostri tempi”, eravamo – quando andava bene – delegate sindacali, ma non c’era nessuna donna di apparato, né di segreteria, né di qui, né di là. Ok? Poi, anche con le quote, è aumentato il numero di donne che girano da quelle parti in ruoli anche di responsabilità e di potere: ma non è successo proprio niente di bello e di significativo, la modalità di rapporto di potere e di relazione che io adesso vedo all’interno di quella strutture… no, ecco: è una cosa da spararsi un colpo in testa. Quindi le donne che ci sono dentro, ed io stessa, perché ci sono stata dentro per diversi e svariati anni, non siamo state assolutamente in grado… e alcune non si sono neanche poste il problema di cambiare o migliorare quel tipo di relazione, che semmai è peggiorato. Pina Anche ora penso, non c’è niente da fare: ora, o cento anni fa, bisogna tornare al simbolo. Se riesci a desiderare, ma desiderare cose significative, e cioè molto più simboliche, molto più “culturali”, a desiderare del tempo per te, ti batti meno, competi meno. E’ chiaro che in un mondo così competitivo bisogna competere anche per trovare il pezzettino di pane, è vero? Però la competizione può essere affrontata in mille modi. Una competizione proprio per riuscire a mangiare, o una competizione “per esserci”. Ma la competizione “per esserci” non è competizione, non è se io sono “meglio” di quello, se so “più” di quello: no, magari so meno di quello, ma so in modo diverso. Perciò è sempre un lavoro interno, questo, da farsi, per evitare di cadere in quello che lei mi rappresenta bene in questo momento in cui tutti rischiamo di girare, di dire: "Ma perché è così. Bisogna esserci". Fermati! . Quante più variabili abbiamo per riflettere su un argomento tanto più riusciamo a fermarci e dire: posso fare “questo”, la cosa più importante, addirittura eliminando, se possibile, la variabile competizione. A proposito del sindacato, perché non siamo riuscite a parlare? Perché il sindacato deve fare la battaglia, deve conquistare, perché l’operaio deve conquistare, l’impiegato deve conquistare, e così via. Ma non pensa. Questa è una contraddizione culturale. E se c’è come ora una carenza di possibilità di competizione, questo invece di creare uno spazio per la riflessione crea una depressione che li rende immobili… Bisogna cambiare il tipo di depressione, diremmo noi…
Giovanna Questa cosa dell’immobilismo io la sento da matti. Tu mi dici fermati, e poi, va bene, io ho come risorsa la scrittura… Pina OLI (http://www.olinews.it/mt/index.html)… Giovanna Si, ma anche le cose che posso scrivere per me stessa, ma che stia accadendo a questo paese tutto questo, che è così tanto, e che non ci sia un modo per reagire… Pina Noi siamo qui… Giovanna Si, stiamo reagendo noi, qua… Pina E' poco? Giovanna No, è tantissimo, però secondo me quando tu parli dei mondi, sì, c’è questo mondo dove posso reagire, ma ci sono anche altri mondi dove posso reagire, ma non arrivandoci come un kamikaze, quando io dico “squattare i partiti” dico, bisogna fare una occupazione silenziosa dei luoghi dove si fa politica, una occupazione costruttiva… Pina Ma se non c’è un interlocutore… Giovanna Ma gli interlocutori invece intorno a me sono tantissimi. Non ci sono internamente, perché stanno pensando a distruggere, però esternamente ci sono. Pina No, no… parlo di interlocutori “dentro”, cioè persone che possono “ascoltare” Paola Quando tu dici “vado a squattare”… io per esempio in CGIL non squatto più per niente, perché, cosa diavolo squatto? Per riuscire a interagire con dei soggetti, ci vogliono delle condizioni minime che te lo permettano. Pina Si, anni di testa, di psiche Giovanna No, no, no, no… io considero questi spazi, dove si sta distruggendo tutto, no? Imploderanno, imploderanno. Sarà come aprire l’appartamento dei nonni dopo che non è stato abitato per dieci anni. E bisognerà pulire. Bisognerà salvare le cose belle che ti lasciano i nonni, magari ci sono delle cose belle, ma ci sono le cose sono marcite lì dentro, e bisognerà toglierle, però se tu devi pulire l’appartamento dei nonni devi farlo con i tuoi fratelli, con le tue sorelle, considero che questa cosa deve partire dal basso. Però sono ideologica forse… però io ti faccio una lista di persone che sono così amareggiate, che… Pina Eh vabbè, ma faranno qualcosa, ciascuno farà il suo “compito”. Intendo: ci si muove in modo tale da poter essere complementari. No, anzi: essere diverse ma aiutarsi, a vicenda. Arianna Qualcuna diceva: chi siamo “noi”… il “noi” è qualcosa che va formato. Da quello che abbiamo detto un po’ tutte quante oggi, su tante cose, mi sembra che ci sia un grande senso di disagio generalizzato… Luciana2 Fuori, qui non mi pare Arianna No, che è uscito fuori da come ne abbiamo parlato Paola Da noi, e da un po’ di gente con cui noi abbiamo delle relazioni… Arianna E mi interessava anche per capire cosa vogliamo proporre alla prossima “stagione”, in estate. Pina L’unica cosa che desidero qui, ora qui o anche in trecento…(no, trecento è troppo) è di riuscire a pensare insieme. Dunque: primo, il linguaggio. Pensare sul linguaggio. Dopodiché linguaggio e pensiero, ma non in termini così tecnici, capire insomma se ci intendiamo. I contenuti emergono via via, ma l’importante è riuscire a comunicare. Poi, il “se” progettare fuori dipende da che cosa ci propone il mondo. Lei dice: “ma noi dobbiamo creare situazioni”, però, voglio dire… Luciana2 Non ho detto dobbiamo Pina No, voglio dire che io come persona penso di poter lavorare in questo senso, no? con la parola, col linguaggio, e se riusciamo a pensare insieme. E non volevo “fare” nulla, nulla: figuriamoci poi i partiti eccetera. E’ chiaro che poi mi chiedevo: già, ma in un momento come questo va a finire che se mi propongono il testamento biologico dovrò per forza… Dicevo a lei: sul problema della morte e del testamento biologico vorrei lavorarci come donne. Siccome siamo noi che abbiamo pensato alla nascita vorrei, in modo femminista, parlare della morte. Se dovessimo andare a combattere sul terreno su questo argomento, ci andiamo come donne. Questa è la mia ipotesi. Perché è veramente qualcosa su cui si può lavorare in modo femminista, perché le donne e la morte sono in un legame particolare, mentre non credo che quelli che chiamiamo “persone uomini” abbiano facilità di comunicare sull’argomento morte, che è divenire… Gabriella1 Infatti, vogliono la vita ad oltranza… Arianna Anche la questione della nascita, come donne… io non la vedo esaurita. Anche adesso parlandone semplicemente tra noi ci sono idee completamente diverse, io e Lauretta abbiamo idee completamente diverse. Ed anche prima, quando parlavamo del fatto che il mondo è competitivo, anche questo è secondo me un grosso argomento: è un mondo competitivo in quanto maschio? Cosa vuol dire? Sono cose per me molto nuove
Luisa Io volevo esprimere il piacere, il ringraziamento, non so come dire… Luciana2 Piacere va benissimo Luisa Ecco, è perfetto. Per questa occasione. Io sono proprio estasiata da questa cosa perché stamattina, così pensavo, è stata veramente l’unica occasione per poter pensare insieme alle altre, e quindi, grazie. Gabriella1 Da un po’ di tempo, mi viene questo pensiero a tradimento, penso che il mondo senza le donne non sarebbe andato avanti, non per il fatto che fanno figli, quello soprattutto, ma proprio perché poi intervengono, e spingono, e mandano avanti Luciana2 A me lascia perplessa questa riflessione, molto perplessa Gloria Perché le donne possono immobilizzare quanto gli uomini, non sono solo una forza creativa e che regge davvero la vitalità del mondo, possono essere di tutto, le donne Luciana2 Mandare avanti vuol dire anche “mantenere” Rina Il guaio è che non solo fra le giovani ma anche quelle non più giovanissime come noi c’è chi dice che sta meglio con gli uomini che con le donne. Quello, capisci, quello mi irrigidisce fortemente, perché io sto bene con gli uomini, ma sto benissimo con le donne Luciana2 No, io no… Luciana2 Io si… tu non stai bene con le donne? Luciana2 Ma appunto, ma non con le donne in generale, conosco una serie di stronze… (risate, voci) Rina Però non mi sento di dire che sto meglio in un “gruppo” di donne… è invece più facile stare in un gruppo di uomini che in un gruppo di donne Luciana2 Questa è la parola seria: “più facile”, perché ci sono già i riti consolidati, ci sono già i comportamenti prefissati, fra donne no. Rina Stare con le donne è più difficile Luciana2 Potenzialmente Rina Perché ti metti in gioco Luciana2 E' più soddisfacente, però Rina Esatto, invece quando sento dire “ah mi piace stare di più con gli uomini“ trovo che è sbagliato, detesto la donna che lo dice, odio la donna che lo dice, mi è antipatica la donna che lo dice, non sopporto la donna che lo dice! (risate) Luciana2 Non sei niente evangelica. Rina No. Luciana2 No, io non soffro le… non mi piacciono le categorie troppo generali Laura E' difficile trovare delle donne, ora come ora… io ne conosco tante, ne conosco, anche in luoghi di lavoro ne ho trovate, con cui non mangerei nemmeno un pezzo di focaccia insieme Gloria Ma sulle emozioni ad esempio è difficilissimo trovare un uomo con cui parlare. Sul piano intellettuale, oppure politico, oppure sulla squadra di calcio, non so, su tematiche molto precise, si, mai un discorso che tocchi davvero… Rina Invece con le donne … e poi ti senti protetta… Voci voci voci Risa Voci.
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