Autunno 2010: un incontro in poche parole

Alla ricerca di un metodo

Sintesi a cura di Paola

 

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Nell’incontro si intrecciano molti temi. Anche troppi …

Ogni tanto qualcuna di noi invoca un “metodo”: “volevo solo dire che è necessario trovare un metodo per semplificare, o riuscire a discutere in modo tale che poi alcuni argomenti possano essere di comune discussione. … Cercare collettivamente quali sono i titoli, e i sottotitoli perché sennò veniamo travolte"

Al di là di questa dispersione ci però sono due poli che focalizzano la discussione:

 

Un tema è quello del “maschile e femminile”, dentro di noi e fuori. E’ possibile definirli? Quali sono le diversità tra il maschile e il femminile, quelle che si perpetuano continuamente nel vissuto quotidiano, nella famiglia, che è il modello per eccellenza delle relazioni femminili?

Come si determinano oggi il maschile e il femminile? Qualcuna dice che “Un tempo i modelli erano molto più definiti, codificati … Adesso la situazione è molto più articolata, complicata. Noi abbiamo vissuto una transizione da una situazione in cui i modelli erano definiti in maniera netta, più chiara e “binaria”, e abbiamo fatto azioni per scompaginare questa cosa”.

In realtà, viene detto, “maschile e femminile sono intrinseci a ciascuno di noi, maschi o femmine che siamo, e sono intrinseci nella società”, per cui non è appropriato dire che il maschile predomina: in realtà predominano gli uomini, che probabilmente hanno calpestato il loro femminile. E le donne sono sottoposte.

Viene citato un incontro con “un nutrito gruppo di giovani studiose, giovani veramente, giovani ventenni, che in grande maggioranza erano persone omosessuali, ragazze lesbiche, che hanno posto molto fortemente l'accento su quanto si ragioni di maschile e di femminile ancorando ancora questi stereotipi, queste costruzioni di genere, a due sessi distinti. Cosa che nelle loro vite non risulta, non e' cosi'”

Viene sottolineata una differenza con l’oggi: “Io pensavo in qualche modo di essere inferiore … e in un certo momento io ho sentito che l’essere donna era un fattore prevalente nel sentirmi inferiore … adesso le ragazze ‘non si sentono’ inferiori, diverse dai loro compagni, ma poi fanno i conti con fatto che … sei incinta, firmi un contratto diverso, non puoi far carriera perché hai i figli e non ci sono gli asili … Quindi in questa società c’è questa strana situazione (e questo è l'interessante): le donne ‘non si sentono’ inferiori, però poi fanno i conti con la realtà che inferiorizza, che emargina. Siamo in una situazione di passaggio”.

Il maschile e il femminile, però, “è un titolo enorme”, lo si può guardare da tutti i punti di vista. Noi possiamo solo sceglierne alcuni: maschile e femminile nella famiglia di oggi e nella sua trasformazione; maschile e femminile nel linguaggio; maschile e femminile nel lavoro ... per cercare un terreno di discussione che non sia troppo complesso e troppo dispersivo. Quindi “Cercare collettivamente quali sono i titoli, e i sottotitoli, maggiori, considerarli come punti di vista, e poi mettere, per tutti questi punti di vista, una domanda: le domande che ci facciamo, e le domande non possiamo farci”. Cioè chiederci   Quali domande neghiamo a noi stesse perché non riusciamo a trovare una risposta, nel senso che tocca tali punti antichi, così strutturat,i che non vengono neanche alla consapevolezza”.

In questo ramo della discussione si inserisce la questione del “darsi valore”, o del percepirsi invece come “vittima sacrificale”: “Secondo me la donna che si prende cura - può essere il figlio, il genitore vecchio - si deve dare lei stessa valore perché molto spesso si svilisce, si sente inferiore,  si sente di fare una cosa che non vale” … “E soprattutto è una vittima sacrificale, si sacrifica per Dio e per il mondo … c’è sempre una sensazione che vibra, una sensazione di vittima, invece la forza delle donne, l’essere l’altra metà del mondo è una cosa potentissima … Portare il maternage di massa fuori, è una cosa di una vitalità incredibile. Da una parte questa spinta molto forte, di una vitalità immensa, dall’altra parte però, sotto, questa cosa di essere delle vittime, questa vittima che in qualche modo c’è sempre, immagine di donna non armata. Perché comunque i cambiamenti si fanno armati”.

Una delle “grandi” di età ricorda che, all’epoca, si era agito sul fatto che “La trasformazione individuale era la condizione senza possibilità di alternativa per poter inventare e proporre una trasformazione pubblica, politica. Tu hai dovuto cambiare te stessa, cambiare dei rituali privati. Ciascuna di noi ha cambiato quello che succedeva nelle relazioni della propria famiglia. Senza quello non potevi pensare di cambiare”.

Una delle giovani propone una immagine: “Quello che percepisco è come se fossimo in un film di ambientazione western, e ci fossero delle quinte finte di un set cinematografico. Non c’è il bisogno di cui hai parlato tu e che ha citato Giovanna: la consapevolezza di voler arrivare a qualcosa, perché in teoria le quinte che vengono offerte dicono che abbiamo raggiunto delle cose, gli obiettivi di un tempo, quindi non c’è più il bisogno di raggiungerli, perché apparentemente, di facciata, ci sono. E' un gap temporale inevitabile, non c’è ancora la consapevolezza di aver perso tanto, non è ancora sentito. Forse è sentito individualmente, ma non è ancora diventato un afflato collettivo perché ci vuole tempo per rendersi conto di queste perdite”.

 

L’altro ramo della discussione, che si è intrecciato qua e là col precedente, è quello del rapporto con le donne di altre culture, anzi, specificamente, con le donne di cultura islamica, con annessa questione del velo.

Si citano esperienze dirette e difficoltà: la vicina di casa che da un giorno all’altro passa dal velo al niqab, il negoziante che mette il velo alla figlia appena mestruata, il difficoltoso incontro in ascensore o per strada con donne completamente velate, la questione irrisolta di capire quanto di libera volontà delle donne ci sia in tutto questo, l’influenza dei fattori identitari, la riflessione sulle imposizioni che noi, donne occidentali, accettiamo.

Il fatto che si riesca a parlarci, che se ne abbia voglia, che ci siano azioni per spostare e modificare la propria identita' e condizione, per cui ad esempio ci sono femministe islamiche che reinterpretano i testi coranici... non so quanto tutte queste cose riescano a farcela quando tutto il resto del mondo accentua le minacce reciproche e quindi l'arroccamento dentro il fatto identitario”.

Ma io devo dir la verita' mi danno un po' di fastidio questi discorsi sul velo inteso come omologazione, perche' in fondo se noi parliamo del femminile nostro lo differenziamo. Non parliamo di un unico femminile. Se pensiamo alle donne mussulmane tendiamo a pensare ad un tutto omogeneo. Che non e'.... C'e' una declinazione estrema. E allora a me interessa di piu' cercare di capire questo tipo di differenza”.

Le donne occidentali come hanno compiuto il proprio percorso di emancipazione? Secondo me, se da un lato è sbagliato porre dei no impositivi nei confronti di culture altre, dall'altro sarebbe anche sbagliato negarsi la libertà di ribadire le proprie scelte, le proprie conquiste”.

Mi domando: quali sono a casa nostra, per noi, le imposizioni che ci riguardano? Sono imposizioni sia per il femminile che per il maschile … purtroppo mi pare, che ci sia negli ultimi anni un'esasperazione di modelli femminili e maschili estremamente distinti e proposti anche in maniera piuttosto ossessiva … Ovviamente i giocattoli sono una delle prime cose, l'esempio dei genitori in famiglia, il ruolo dei media, il colore rosa, il bikini a due anni etc, e quindi una iper-sessuazione anche del maschile e del femminile”"Burqa e tacchi da 12 cm. penso che siano esattamente la stessa cosa in questo senso: che dietro a queste due cose penso ci sia la paura maschile per la sessualità femminile, per il femminile sessuato, visto come potere. Allora, che nel mondo islamico l’escamotage per placare queste angosce sia il burqa, e che nella nostra società l’escamotage per placare queste angosce sia l’esibizione, secondo me sono due strade evolutive diverse per far fronte alla stessa angoscia. Da questo punto di vista mi viene da dire che non vorrei né che le donne islamiche si vestissero come noi, perché sono d’accordo sulla funzione auto percepita come protettiva dello stare coperti, né che noi ci mettessimo il burqa. Tu dicevi che sui tacchi si può scegliere, in certe situazioni forse si può anche scegliere di togliersi il burqa. Una cosa però che oggi succede da noi, e che è molto più difficile togliersi, sono le operazioni di chirurgia estetica che sono oggi uno degli aspetti più potenti di questo percorso. Quindi io dico che siamo tutti nella stessa barca, forse non è tanto dello scandalizzarci per qualcun’altra, ma vedere se magari da un confronto ci si può trovare su delle somiglianze in cose che in realtà sembrano agli opposti”.

“Bisogna storicizzare e distinguere, nel senso che quello che deriva dall’Islam non è il burqa ma il velo, che è stato introdotto a scopo protettivo e a scopo di distinzione della donna sposata. Chiaramente c’è una concezione di potere maschile dietro questo, perchè è evidente che la donna col velo non si può toccare poiché già appartiene ad un altro uomo, la donna senza velo è a disposizione di tutti. Quindi il velo è stato introdotto in termini protettivi, ma parliamo del 600 d.C. . Teniamo presente che ci sono alcune donne, di tradizione culturale mussulmana che hanno sottoposto il Corano ad una esegesi di tipo femminile-femminista …  e queste donne hanno analizzato qual’era il momento storico, politico, di potere”.

Naturalmente, tutta la tarscrizione è a disposizione, coi titoli e i sottotitoli.

 

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